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Martedì, 30 Novembre 2021
Cronaca

Truffa piramidale in criptovaluta, scoperte due bande criminali: c'è anche un pescarese fra gli indagati

Sono 8 le persone denunciate dalla guardia di finanza di Trento per i reati di associazione per delinquere, truffa aggravata, abusivismo finanziario, illecita raccolta del risparmio, falso in bilancio e bancarotta fraudolenta

Cybersecurity, la guardia di finanza scopre due bande criminali dedite alle truffe in criptovaluta.
Tra gli 8 denunciati, componenti di un sodalizio criminoso operativo in Trentino Alto Adige che ha realizzato una truffa piramidale in criptovaluta, anche un uomo di Pescara, come riferisce l'Adnkronos.

I reati contestati sono quelli di associazione per delinquere, truffa aggravata, abusivismo finanziario, illecita raccolta del risparmio, falso in bilancio e bancarotta fraudolenta.

L'uomo trentino a "capo" dell'organizzazione è stato sottoposto alla misura cautelare della custodia in carcere. Le indagini sono scaturite dall'analisi ed approfondimento di oltre cento segnalazioni di operazioni sospette e sono state sviluppate anche attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali. Ideatore dell'organizzazione dedita alla truffa piramidale in criptovaluta un cinquantasettenne imprenditore di Aldeno (Trento), amministratore di diritto o di fatto (tramite teste di legno) di un consorzio mondiale di società operanti nel settore finanziario, con sedi in vari Paesi fra i quali l'Italia, la Slovacchia, il Lussemburgo, il Regno Unito e le Isole Vergini Britanniche. Cuore di tale rete societaria internazionale sono stati gli uffici operativi di Trento, al quale facevano riferimento altri 7 indagati: un lodigiano, 4 aquilani, un pescarese e un professionista milanese operativo a Bratislava, che rappresentavano l'entourage societario con filiali a Milano, Montefiascone (Viterbo) e Scurcola Marsicana (L'Aquila).

Nel corso delle indagini, i finanzieri hanno rivolto la propria attenzione in particolare ad una Srl con sede legale a Milano, ma operativa a Trento, che a partire dal 2016 ha raccolto da più di mille investitori residenti in tutta Italia (227 in Trentino Alto Adige, 76 nel Lazio, 58 in Lombardia, 57 in Toscana, 43 in Veneto, 38 in Piemonte, 35 in Emilia Romagna, 31 in Abruzzo, 144 tra Friuli, Liguria, Marche, Umbria, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna) ma anche che all'estero (380 tra Svizzera, Austria e Germania), oltre 2 milioni e 200mila euro, proponendo loro un finto progetto finanziario consistente nel "minare" una criptovaluta attraverso l'acquisto di server utili alla coniazione della criptomoneta (cosiddetto mining).

Agli ignari investitori veniva proposto l'acquisto di server in comproprietà, attraverso il pagamento di 200 euro più Iva (totale 244 euro) per ogni quota, con la promessa che tale "investimento", avrebbe reso fino a dieci volte il suo valore iniziale, a seguito di quello che il network societario avrebbe incassato, grazie: all'incentivazione dell'uso della criptomoneta che lo stesso network avrebbe garantito per mezzo dei numerosi partner e collaboratori a livello internazionale e al risparmio sui costi energetici che una presunta innovativa tecnologia in possesso del gruppo societario avrebbe potuto permettere. Per attrarre gli investitori e farli così entrare a far parte del progetto, venivano inoltre illustrate le ideali prospettive di guadagno del proprio investimento, connesse oltreché all'incremento di valore della criptovaluta sopra descritto, a "bonus" attribuiti per premiare l'ingresso di tutti quei nuovi clienti che ogni singolo investitore sarebbe riuscito ad associare al network. Inoltre, agli investitori veniva (falsamente) prospettato che tutti i loro investimenti erano garantiti da bond emessi dal gruppo societario internazionale di riferimento.

In parallelo alle indagini, i finanzieri hanno individuato un secondo sodalizio criminoso, operativo nel Lazio e in contatto col gruppo trentino, che a sua volta, attraverso la redazione di un falso contratto commerciale tra una Srls di Cerveteri (Roma) nella veste di creditrice e una società tedesca nella veste di debitrice, e grazie a una intromissione operata da hacker stranieri nei circuiti telematici di pagamento aveva inserito nell'home banking del conto corrente societario della società ceretana un falso mandato di pagamento elettronico pari a 1 milione e 250mila euro. Gli hacker, infatti, inserendosi nelle comunicazioni informatiche tra i server delle banche del creditore e del debitore, davano conferma positiva all'istituto di credito ceretano del deposito del contratto commerciale e dell'esistenza del relativo mandato di pagamento a favore della società italiana. Ciò, traeva in inganno i dipendenti della filiale di Cerveteri dell'istituto di credito nel quale era stato aperto il rapporto di conto della Srls i quali, credendo che a breve sarebbe arrivata la provvista dal cliente tedesco, concedevano un anticipo di pari importo alla società italiana. Successivamente i cinque indagati, due romani, un veneziano, un cosentino e un aquilano, auto riciclavano il denaro sottratto alla banca, per poi impiegarlo in altre attività economiche, finanziarie e imprenditoriali attraverso una società croata controllata dal sodalizio. I cinque componenti del sodalizio, per i reati di associazione per delinquere, frode informatica, truffa e auto riciclaggio, sono stati tutti destinatari di una ordinanza cautelare che ha disposto la custodia in carcere nei confronti di un uomo romano, gli arresti domiciliari nei confronti di un altro romano, di un veneziano e di un cosentino, nonché l'obbligo di dimora nei confronti di un aquilano.

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