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Venerdì, 24 Maggio 2024
Economia

Nel 2023 in Abruzzo 19mila occupati in più e sono soprattutto over 50: c'è un problema di invecchiamento

I dati Istat elaborati dal Cresa fotografano una situazione in netto miglioramento, ma i problemi non mancano e se aumentano i contratti a tempo indeterminato è perché sale il costo della vita, ma non gli stipendi. Luci e ombre di una situazione in cui l'innovazione tecnologica ha bisogno di giovani e la formazione è l'aspetto su cui puntare

Aumentano gli occupati in Abruzzo nel 2023 rispetto al 2022, ma di quei 19mila occupati in più la maggior parte è over 50. I segnali di miglioramento ci sono insomma, ma preoccupa l'invecchiamento della popolazione occupata viste anche le competenze tecnologiche sempre più richieste a fronte del mondo giovanile in cui al contrario si assiste una contrazione occupazionale e questo è un fattore che va valutato e su cui bisogna intervenire.

Questa in sintesi la fotografia scattata dal Cresa (Centro studi dell'agenzia per lo sviluppo della camera di commercio Gran Sasso d'Italia) emersa dall'elaborazione dei dati forniti dall'Istat il 13 marzo.

Gli occupati in Abruzzo crescono di più rispetto alla media italiana

Guardando al Paese la crescita occupazione c'è stata con quasi mezzo milione di posti di lavori creati pari a una crescita annua superiore al 2 per cento. Guardando all'Abruzzo, le rilevazioni dell’Istat segnalano per il 2023 un aumento su base annua di più di 19mila lavoratori, il che corrisponde a una crescita relativa prossima al 4 per cento e dunque più alta della media nazionale.

La variazione è principalmente concentrata tra i dipendenti a tempo indeterminato cioè quelli generalmente denominati “lavori di qualità” e riguarda l’occupazione regionale in misura maggiore di quella nazionale (più 11 per cento contro più 3 per cento). La crescita, inoltre, ha interessato più le donne degli uomini (più 8 per cento contro il più uno per cento) e tutte le classi di età, con particolare intensità quelle tra i 15 e i 24 anni (più 10 per cento) e i 50 e i 64 anni (più 8 per cento).

Anche la disoccupazione mostra segnali di miglioramento. Il numero delle persone in cerca di occupazione nel periodo considerato si è ridotto in Abruzzo di più di 6 mila unità, pari al meno 12 per cento in termini relativi.

Dopo la flessione registrata nella prima metà nell’anno pandemico l’occupazione è tornata a crescere a partire dalla metà del 2020. Tale tendenza è naturalmente una buona notizia, sottolinea il Cresa: una forza lavoro più numerosa ha effetti positivi sulla dinamica del prodotto dell’economia, con tutti benefici che ne derivano in termini economici e finanziari.

Le ragioni della crescita occupazionale

Escludendo che l’aumento degli occupati sia attribuibile a innovative politiche del lavoro dal momento che nel 2023 la legislazione sul lavoro è rimasta pressoché invariata, fatta eccezione per la conferma della riduzione del cuneo fiscale già introdotta dal Governo Draghi nel 2022, è bene anche interrogarsi sui fattori che possono aver determinato questa crescita. Individuiamo almeno due determinanti.

La prima che spiega in modo plausibile il rilevante risultato del lavoro a tempo indeterminato è verosimilmente legata all’altro lato del mercato, ossia la bassa crescita dei salari in Italia. Tra il 2021 e il 2023 l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (quello più utilizzato per i contratti di lavoro) è aumentato in Italia rispettivamente dell’8,7 per cento e del 5,9 per cento. Negli stessi anni, le retribuzioni registrano un più 3 per cento circa per anno. Pertanto, a fronte della crescita complessiva dei prezzi nel biennio considerato di quasi il 15 per cento, i salari nominali aumentavano di meno della metà (appena il 6 per cento). Questo implica una riduzione dei salari reali di quasi il 9 per cento. In altri termini, per le imprese il costo del lavoro in termini reali in Italia è diminuito di quasi il 9 per cento. Tradotto: quando il salario reale diminuisce la domanda di lavoro da parte delle imprese aumenta.

Il secondo fattore attiene alla particolare composizione della crescita occupazionale. Un orizzonte temporale di riferimento più lungo ci permette di capire meglio cosa è successo nell’occupazione abruzzese (e italiana) nel corso degli ultimi venti anni. Se dividiamo la popolazione occupata in base alle fasce di età e confrontiamo il mercato del lavoro all’inizio degli anni duemila con quello odierno, l’immagine che ci viene restituita risulta caratterizzata da una significativa ricomposizione della forza lavoro occupata.

A trovare lavoro sono soprattutto gli over 50

Per un aumento complessivo di circa 11 mila unità occupate riferito all’intera popolazione tra il 2004 e il 2020, le fasce di età comprese tra 15 e 34 anni risultano contrarsi di 51 mila unità da 152 a 101 mila) pari al meno 34 per cento mentre il numero degli occupati con più di 55 anni cresce del 108 per cento passando da 57 mila a oltre 118 mila unità.

A questo riguardo, sempre con riferimento alle informazioni provenienti dall’archivio dati dell’Istat sia pur riferite a un arco temporale più breve, si rileva che il gruppo di lavoratori con oltre 50 anni è diventato il più numeroso già a partire dal 2022. Il numero di lavoratori in età compresa tra i 35 e i 49 anni ha imboccato un sentiero in discesa già da diversi anni. Le due classi di età più giovani hanno anch’esse una traiettoria in calo: in particolare i lavoratori in età compresa tra 25 e 34 anni in un solo quinquennio sono passati in Abruzzo da 89 mila unità nel 2018 a 85 mila.

Le ragioni dell'invecchiamento occupazionale

In buona sostanza, la forza lavoro occupata, insieme alla popolazione abruzzese, sta invecchiando. Le cause del fenomeno dipendono in parte dalle scelte riproduttive delle famiglie e dal progressivo passaggio delle generazioni dei baby boomers all’ultima classe di età presentata in figura, quella che comprende gli individui con più di 50 anni, avvenuta con il contestuale inasprimento delle condizioni per l’accesso al pensionamento.

L’aumento complessivo dell’occupazione (fenomeno peraltro comune in questi anni a molte economie sviluppate) nel caso italiano sembra essere influenzato più dai cambiamenti strutturali nei comportamenti degli individui (in particolare l’aumento dell’età di pensionamento e la crescita della partecipazione femminile al mercato del lavoro) che dalle politiche volte a favorire l’occupazione o da un’economia in crescita.

Inoltre, rimarca il Cresa, la possibilità che la dimensione della popolazione occupata over 50 continui a crescere è assai poco probabile considerando che, mentre i baby boomers che oggi alimentano il gruppo di lavoratori più anziani transitano progressivamente verso il pensionamento, le generazioni che dovrebbero sostituirli sono sempre meno numerose.

I dati mostrati suggeriscono ancora una volta che il tema dell’invecchiamento è già criticamente oggi all’ordine del giorno. Una forza lavoro che invecchia difficilmente possiede le competenze necessarie per affrontare i cambiamenti tecnologici nei modi di produzione. La vasta evidenza empirica sul mismatch tra domanda e offerta di lavoro e le previsioni dei fabbisogni occupazionali nel medio termine inviterebbero a una riflessione più approfondita su questo tema, su quanto è stato fatto e quanto resta da fare per migliorare le politiche per la formazione delle generazioni che sono già in età di lavoro e soprattutto per quelle che vi entreranno nei prossimi anni. Sarebbe forse importante che almeno sotto il profilo della qualità della formazione, rimarca il centro studi, le prossime schiere di lavoratori potessero compensare con una produttività crescente un fattore quantitativo che necessariamente non giocherà a loro favore.

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