Giovedì, 28 Ottobre 2021
Cronaca Pineta Dannunziana

L'incendio della pineta dannunziana: l'esperto Stefano La Sorda ci illustra i punti oscuri

Una situazione in continua evoluzione, quella che vede da un lato gli organi preposti a accertare le responsabilità e dall'altro la parte più tecnica legata all'aspetto boschivo. Di sicuro, secondo La Sorda, ci sarebbero state gravi carenze a monte, non solo nel corso della terribile giornata del primo agosto, ma anche in precedenza. Le sue considerazioni sono destinate a scatenare ulteriori reazioni, perché vanno di fatto a colpire tanti settori che non avrebbero agito come dovuto o potuto

L'incendio della pineta dannunziana di Pescara è una ferita che resterà nei cuori dei pescaresi, per lungo tempo.
Troppo grave quello che è accaduto nel caldissimo pomeriggio del primo agosto, per passare in archivio dopo soli due mesi.

La Procura continua infatti a indagare, per accertare come è giusto che sia le responsabilità.

Purtroppo ci vorrà tanto tempo ancora prima che la pineta riprenda a vivere, sperando che non ci siano nuovi colpi di scena in una vicenda dalle molte ombre, dal punto di vista delle responsabilità certo, ma anche dal punto di vista della gestione del patrimonio boschivo e da quello puramente tecnico e amministrativo.

Abbiamo intervistato un esperto del settore che ci racconta aspetti poche volte trattati prima. E lo fa senza nascondersi. Si chiama Stefano La Sorda, un pescarese che vive in Lombardia, ma è spesso nella sua città natale dove risiede ancora la famiglia. In passato capo squadra Aib (Antincendio boschivo) nel Gesc, Protezione civile della provincia di Como con cui ha operato in Abruzzo per il terremoto 2009 ma soprattutto ogni estate in Sardegna, nella lotta contro gli incendi più ardui. Esperienze sul campo e costante passione per l’ambiente che prosegue ora nel Conalpa (Coordinamento nazionale per gli alberi e il paesaggio) di Pescara-Chieti.

La Sorda, si è fatto un’idea dell’incendio del primo agosto?
«Una falsa narrazione vuole far passare l’incendio del primo agosto come evento improvviso e incontrollabile, ma in realtà tra l’avvio dei primi focolai e l’effettivo arrivo in pineta è trascorsa un'ora e mezza in cui le fiamme hanno potuto avanzare incontrastate. Questo emerge dai video che sono stati diffusi in rete, ma anche riguardando la zona percorsa dalle fiamme».

Quindi, si doveva o si poteva intervenire più velocemente?
«Un ritardo del genere è grave, in Aib più si è tempestivi e più si ha la possibilità di intervento risolutivo. Il fuoco è aumentato esponenzialmente quando ha raggiunto l’autodemolizione, e la triste verità è che c’era tutto il tempo per impedire che arrivasse fino a ridosso della riserva».

Se fossero arrivati prima i Canadair, ci sarebbero stati meno danni?
«I Canadair vengono attivati in condizioni limite, quando l’incendio raggiunge notevole estensione o avanza di chioma, o l’intervento da terra è limitato dalla morfologia del terreno. In incendi su zone particolarmente impervie (Maiella, Morrone) deve intervenire il Canadair, ma se è dovuto intervenire a Pescara con una superficie percorsa dal fuoco relativamente ridotta, su territorio totalmente pianeggiante attraversato da strade asfaltate, bisogna riflettere e pensare a quanto non è stato fatto nella prima fase dell’incendio».

Forse la città di Pescara non è abituata a incendi come quelli della Sardegna?
«Sulla carta in Abruzzo è tutto predisposto con i modelli operativi Aib simili a quelli che si usano nel resto d’Italia, dove si attiva l’avvistamento costante soprattutto in nei periodi a rischio, pattuglie e squadre di pronto intervento da terra, elicotteri pronti a partire per interventi tempestivi. Il primo agosto il sistema non ha funzionato, per di più in una giornata prevista ad alto rischio. Qualcuno deve prendersene la responsabilità perché, oltre al danno ambientale, sono state a rischio le vite di molte persone. Conalpa ha chiesto al consiglio comunale del 14 settembre se il giorno dell’incendio fosse attivo il servizio Aib con avvistamento preventivo e pattugliamento come previsto dal piano di protezione civile comunale, ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta nel merito. L’unica risposta è stata quella di escludere tutte le associazioni ambientaliste concretamente attive sul territorio di Pescara dal tavolo di lavoro per la rinascita della riserva. C’è ostracismo verso determinate associazioni, 'colpevoli' solo di aver criticato scelte ambientali scellerate o di aver offerto l’aiuto gratuito di esperti al Comune di Pescara. Se il sindaco volesse evitare critiche, potrebbe interrompere operazioni di giardinaggio muscolare che abbattono alberi in tutta la città e magari incontrare le associazioni, per meglio comprendere che un albero è un essere vivente che non può essere rimosso e sostituito come se fosse un soprammobile».

Potrebbe essere stato un incendio doloso?
«In Italia la maggioranza degli incendi è dolosa o colposa, per cui è cattiveria, ignoranza o imperizia dell’uomo. Non ho elementi certi per dare una risposta sul caso specifico, ma sia in passato sia ora la riserva ha sempre rappresentato un rischio pirologico non protetto a dovere. Recentemente sono state pubblicate foto dell’enorme quantità di rifiuti presente nel comparto 5, i tappi degli idranti intorno alla riserva sono in gran parte mancanti, nel comparto 2 c’è legna secca ammucchiata da lungo tempo, il comparto 1 è una selva incontrollata. Paradossalmente l’incendio ha il merito di aver mostrato a tutti le gravi mancanze nella gestione della riserva sia dell’attuale amministrazione sia di quelle passate. Un piromane a Pescara avrebbe vita facile, ecco perché deve essere istituito immediatamente un vero organo di gestione della riserva privo di influenze politiche, in modo che vengano fatte scelte oculate coinvolgendo tutte le associazioni davvero attive sul territorio di Pescara».

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