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"Mio padre rimandato a casa in pericolo di vita dall'ospedale". La Asl: "Paziente dimesso in condizioni di stabilità clinica"

Botta e risposta tra un uomo che denuncia un presunto caso di malasanità riguardante il padre e la Asl che offre la sua versione dei fatti riguardo alla dimissione dall'ospedale di Pescara

Per dovere di cronaca pubblichiamo la lamentela di un cittadino, componente del direttivo dell'associazione Amare Pescara, che denuncia un presunto caso di malasanità di cui ritiene essere rimasto vittima suo padre.
«Vi contatto per denunciare un grave fatto di malasanità locale, che ha dell’assurdo, riguardante la figura di mio padre in cura nel reparto di Medicina dell’ospedale civile di Pescara», scrive il cittadino.

«Mio padre», racconta l'uomo, «è stato ricoverato per l’ennesima volta il 27 dicembre, in reparto Utic, per sospetta ischemia al cuore. Mio padre soffre di artrite reumatoide completamente invalidante da parecchi anni, e a ora è del tutto insufficiente. A ora è ricoverato nel reparto di Medicina dello stesso ospedale, ma nonostante sia stato sino a oggi con supporto d’ossigeno e ancora acqua ai polmoni, i medici hanno deciso di dimettere, dicendo che non ha bisogno di riabilitazione (il paziente non cammina, è completamente atrofizzato). Che ci dobbiamo arrangiare. Mi chiedo come si possa rimandare a casa un paziente in pericolo di vita, rispondendo con fare minaccioso e arrogante. Quando purtroppo il paziente non ha ancora il 100%, nonostante sia insufficiente e ha bisogno di assistenza 24 ore su 24. Vorrei far portare alla luce questo grave fatto, che deve essere portato alla luce, per denunciare gravi fatti di malasanità locale. Non è possibile che un fatto così grave passi nel dimenticatoio. Una persona invalida, non autosufficiente e in pericolo costante di vita, non merita assistenza? La famiglia deve arrangiarsi? Che paghiamo a fare la sanità pubblica? Se uno si ammala deve essere abbandonato?». 

La versione della Asl

«Trattasi di paziente con patologie croniche dimesso in data 13 febbraio 2024 condizioni di stabilità clinica, dopo l’ultimo ricovero iniziato il 27 dicembre 2023 (accesso in Cardiologia per dolore toracico con successivo trasferimento il 5 gennaio 2024 in questa Uoc di Medicina Interna), dice il direttore Alessandro Pieri, «il ricovero, pertanto, è stato prolungato ben oltre la media delle giornate di degenza in un reparto ospedaliero per eventi acuti, essendo stato di ben 49 giorni. Premetto che lo stesso paziente era stato ricoverato dal 7 novembre 2023 al 7 dicembre 2023 sempre in questa Uoc di Medicina Interna, quindi per 30 giorni, e curato in regime di ricovero ospedaliero ben oltre il tempo necessario anche in questa occasione, per venire incontro a esigenze familiari e sociali a suo tempo rappresentate. Non c’è pretesa di riconoscere ciò che è stato fatto in questi due lunghi ricoveri negli ultimi quattro mesi, perché trattasi di ordinario lavoro per missione istituzionale, ma bisognerebbe capire che un posto letto per “acuti” in un reparto ospedaliero di degenza non è equivalente a un posto letto di riabilitazione (se quest’ultima, peraltro, è necessaria e indicata dallo specialista fisiatra, come è stato fatto attivando l’assistenza domiciliare integrata - Adi), né tantomeno è una “collocazione” alternativa a un riferito difficoltoso rientro a domicilio, nei quali le famiglie dovrebbero essere supportate, se necessario, dai servizi sociali e dalla presa in carico dei servizi sanitari territoriali extraospedalieri e dal medico di medicina generale, in grado anch’egli di attivare le modalità di invio dei pazienti in Rsa, se abbisognevoli di collocazione in tale setting assistenziale. Mi permetto di affermare personalmente che le cure e l’assistenza sanitaria prestate al paziente sono state appropriate in termini di competenza professionale e tempistica; nell’atto medico è insita la assunzione di responsabilità per tutto ciò che si fa al paziente in termini di decisioni, non esclusa la dimissione dall’ospedale. Concludo dicendo che altrettanto importante, in un contesto sociale, dovrebbe essere la coscienza civica del cittadino». 

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