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Economia

L'Abruzzo perderà 100mila abitanti nei prossimi 19 anni, a Pescara previsto un calo del 3,80%

È la previsione dell'economista Aldo Ronci: secondo il suo studio, la nostra regione registrerà una decrescita pari all'8,3%, con un'intensità del doppio di quella nazionale, che si assesterà al 4,83%

In 19 anni, l'Abruzzo perderà 100mila abitanti, un calo già iniziato nel corso del 2023 e che apparirà definitivo alla fine del 2041. È la previsione dell'economista Aldo Ronci: secondo il suo studio, con questi numeri, la regione tornerà indietro di un secolo. 

Non solo per il calo di abitanti, ma anche perché la decrescita registrata sarà pari all'8,3%, con un'intensità pari al doppio di quella nazionale, che si assesterà al 4,83%, posizionando l'Abruzzo al 13esimo posto della graduatoria nazionale. Due le ragioni di questa allarmante riduzione di residenti: da un lato, la decrescita di 200.000 abitanti di età compresa tra 0 e 64 anni; dall'altro, la crescita stratosferica di 100.000 abitanti di età di 65 anni e oltre.

"Questi scompensi nella composizione della popolazione per classi di età - scrive l'economista - creeranno squilibri nel rapporto tra generazioni a svantaggio della popolazione potenzialmente più attiva e produttiva con implicazioni allarmanti di carattere sociale ed economico".

Andando a leggere nel dettaglio, i numeri, sempre stando alla ricerca di Ronci, la popolazione abruzzese passerà da
1.272.627 abitanti del 31 dicembre 2022, a 1.166.562 del 31 dicembre 2041, con un incremento di 106.065 abitanti, pari a quelli di una città come Pescara.

Variazione abitanti 2022-2041

Nel suo report, Ronci passa poi a illustrare l'indice di dipendenza strutturale, che "rappresenta il carico sociale ed economico della popolazione non attiva (0‐14 anni e 65 anni e oltre) su quella attiva (15‐64 anni). (Abitanti non attivi ogni cento abitanti attivi)". L’Abruzzo, che il 31 dicembre 2022 registrava un indice di dipendenza strutturale del 59% il 31 dicembre 2041 registrerà un indice dell’83%, cumulando uno spread di 24 punti percentuali, mentre l’Italia, che a fine 2022 annoverava un indice di dipendenza strutturale del 57%, al termine del 2041 registrerà un indice del 79%, cumulando uno spread di 22 punti percentuali.

"L’indice strutturale abruzzese dell’83% - evidenzia l'economista - è un peso notevolissimo che la popolazione non attiva esercita su quella attiva. È un peso che deve far riflettere e non solo l’Abruzzo ma anche l’Italia che, con il 79%, non è molto distante".

L'indice di dipendenza strutturale

Capoluoghi di provincia e città

I quattro capoluoghi di provincia, nei prossimi 19 anni, seguiranno il trend regionale, con una sola eccezione, L'Aquila, che registrerà invece una crescita di 1.150, pari all'1,65%. La flessione peggiore si registrerà a Teramo, che farà registrare -6.245 (-12,09), seguita da Chieti (-6.037, pari al 12,42%) e Pescara (-4.520, ossia un calo di 3,80%).

Sorte simile toccherà alle città con più di 15mila abitanti. Solo Silvi e Martinsicuro, nel Teramano, avranno una variazione di segno positivo entro il 2041. Ma nelle altre località più grandi della regione, si registreranno flessioni di gravità variabili. 

Una lieve crescita, o comunque una decrescita inferiore, toccherà le località costiere, come Francavilla (-0,36%), Vasto (-1,97%), San Salvo (-2,96%). In provincia di Chieti, il calo più pesante riguarda Ortona (-11,61%), seguita da Lanciano (-10,56%)

Città con più di 15mila abitanti

Le soluzioni

Al termine della sua analisi, l'economista Aldo Ronci propone anche la possibile soluzione al rischio concreto di spopolamento, ossia "una mobilitazione sentita, partecipata, efficace e unitaria per porre con forza al centro dell’attenzione della regione provvedimenti che tentino di bloccare e superare lo spopolamento". Uno spopolamento determinato da mancanza di occupazione e peggioramento della qualità e della quantità dei servizi a disposizione dei cittadini.

"Le due priorità che bisogna perseguire - scrive ancora - sono l'incremento dell'occupazione attraverso l'innovazione del sistema produttivo, lo sviluppo e il riequilibrio dei territori regionali. II sistema produttivo abruzzese si trova in una situazione di oggettiva difficoltà - osserva Ronci - da imputare soprattutto al fatto che esso è composto per la gran parte da micro e piccole imprese che rappresentano il 96% del totale delle imprese e impiegano il 56% degli occupati. Esse hanno problemi di carattere strutturale e una scarsa propensione all’innovazione".

"Pertanto - incalza - la Regione deve destinare energie e risorse che realizzino il miglioramento della competitività. Per conseguire l’obiettivo dell’innovazione delle imprese abruzzesi, che hanno bisogno di aiuto per superare i limiti all'interno dei quali sono storicamente costrette, si può istituire un centro Regionale per l’Innovazione che abbia il compito di proporre nuovi prodotti e nuovi processi produttivi, fornire gli strumenti conoscitivi necessari, favorire la comunicazione tra imprese, introdurre un sistema di conoscenza delle problematiche dell’innovazione attraverso una diffusione capillare di esse, assicurare sostegno nella definizione di obiettivi realistici e strategie praticabili".

Secondo l'esperto, "i devono evitare provvedimenti occasionali legati alla funesta logica particolaristica praticata da decenni senza risultati apprezzabili, bisogna adottare una metodologia programmatoria che elabori un progetto che attivi uno sviluppo Regionale armonico e che faccia sì che tutti gli interventi e le risorse siano coerenti con quel progetto. Allo stato, si ha l’opportunità da parte della Regione di adottare lo strumento dell’Agenda Urbana che, meglio di qualsiasi altro, potrebbe avviare uno percorso di sviluppo armonico ed equilibrato di tutto il territorio abruzzese".

"L'eventuale individuazione delle aree urbane funzionali - sottolinea Ronci - tornerebbe a mettere le aree della regione, comprese quelle interne, al centro dell’interesse e dell’attenzione della politica regionale e ciò comporterebbe per esse un impegno a livello regionale per garantire alle popolazioni che vi risiedono i servizi essenziali e indispensabili, per delineare strategie fondamentali per l’efficienza dei sistemi insediativi, per il sostegno ai settori produttivi, per la tutela dell’ambiente, per poter riuscire ad attuare efficaci politiche di sviluppo, per rendere i territori protagonisti della progettazione strategica".

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