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Sempre più giovani si tolgono la vita, la psicologa e psicoterapeuta Iezzi: "In una società traumatica e precaria a loro va data speranza"

Dopo l'episodio avvenuto in città abbiamo chiesto a Margherita Iezzi una riflessione su un fenomeno crescente: se ci sono i segnali vanno ascoltati, ma possono non essere percepiti. Quel che è certo è che il quadro attuale dove la crisi economica segue l'isolamento del covid e in cui gli adulti sono i primi disorientati, l'ascolto è fondamentale e la sanità pubblica è rimasta indietro

Il suicidio, purtroppo, è sempre stato tra le prime cause di morte tra i giovani, ma da quando è arrivato il covid si è assistito ad una innegabile impennata dei casi come testimoniano i dati del Bambin Gesù di Roma: i tentativi di suicidio tra i giovani ricoverati erano pari al 36 per cento nel 2019, nel 2021 sono diventati il 63 per cento e cioè quasi il doppio.

A fornirci il dato è Margherita Iezzi psicologa e psicoterapeuta-psicoanalitica per bambini, adolescenti e famiglie, docente all'università d'Annunzio e membro dell'associazione italiana di psicoterapia psicoanalitica dell'infanzia, l'adolescenza e la famiglia (Aippi). Pochi giorni fa il caso che ha scosso la città: quello del giovane 19enne che ha deciso di porre fine alla sua esistenza all'interno del locale adiacente piazza Muzii in cui lavorava. Uno dei tanti purtroppo e il triste spunto per tentare di affrontare un problema complesso dove le singole individualità andrebbero analizzate case per caso, ma che comunque permette di fare alcune riflessioni sul fenomeno generale. Un fenomeno che si va acuendo è innegabile, ma senza che di pari passo, tiene subito a sottolineare Iezzi, il sistema sanitario si sia adeguato ad una situazione tanto mutata dato che di psicologo di base si continua a parlare e che i presidi di ascolto accessibili a chi economicamente non può affrontare un percorso privatamente, sottolinea, si contano con il lumicino. Un ulteriore tema su cui si dovrebbe aprire un serio dibattito.

Dall'isolamento post-covid, alle difficolta socio-economiche delle famiglie che si riversano sui più giovani, passando anche per la cornice dei tanti problemi che affliggono la quotidianità e che sono all'ordine del giorno nel dibattito sul futuro dello stesso pianeta e che sembrano lasciare poco spazio a pensieri positivi, tutto concorre a quel disagio giovanile che può portare persino a compiere quel gesto tragico che ai più sembra così inspiegabile compiuto a quell'età. Quella d'altra parte, sottolinea la psicoterapeuta, è l'età in cui si è più fragili: quella in cui si sta crescendo e avere punti di riferimento diventa fondamentale.

Le conseguenze dell'isolamento determinato dal covid e la crisi economica 

“L'isolamento creato dalla pandemia e l'aggravarsi della crisi economica ha creato un senso di vuoto e di mancanza di speranza e questo non può non avere un impatto sui più giovani che non riescono a vedere una loro collocazione nel futuro. Non si può di certo generalizzare e possiamo parlare nel rispetto della situazione personale di ciascuno, però possiamo tracciare alcuni elementi che hanno a che vedere con quel vuoto fatto anche di mancanza di ascolto o di difficoltà nel chiedere aiuto”.

Quando ci si trova davanti al suicidio di un giovane ci si trova spesso a sentire frasi come “non ce lo aspettavamo”, “era solare come sempre”. Alla Iezzi chiediamo quindi se sia davvero possibile non accorgersi di un così forte disagio e la risposta è forse quella che non ci aspettavamo perché sì, ci dice, può accadere. “Può essere che ci siano aree in cui la persona si va a ritirare. Parlo di ritiro psichico in cui si coltiva l'idea suicidaria senza però comunicarla e riuscendo anche a non mostrarla in modo percepibile. A volte questo può essere determinato dal fatto che non ci sono relazioni sufficientemente solide intorno al ragazzo o dal fatto che ha una personalità sufficientemente funzionante sotto certi aspetti per cui riesce a coltivare separatamente i due aspetti in una sorta di dissociazione che può esplodere e può arrivare da tensioni che arrivano da problemi lavorativi e affettivi. C'è di certo poco ascolto di questo disagio”.

L'impatto della precarietà di tutta la società: da quella lavorativa a quella economica fino a quella affettiva

Un ascolto che diventa ancor più difficile quando ad essere sommersi da problemi che impegnano la mente e ammalano lo spirito sono anche gli adulti che faticano a mostrare speranza verso il futuro a quei figli cui invece si dovrebbe riuscire a far capire che un domani migliore è possibile. La dottoressa Iezzi usa un termine che ci colpisce e non perché non lo si conosca, ma forse per la ragione contraria: è entrato così tanto nel gergo comune da averne quasi perso il senso vero che è quello di una mancanza.

Quella parola è “precarietà”. Precarietà affettiva, sociale ed economica, sottolinea, che oggi colpisce tutti anche gli adulti che “vediamo profondamente disorientati. La precarietà dovrebbe essere qualcosa di transitorio e invece non è così. La conseguenza è la mancanza di speranza e se si considera che l'adolescenza è un percorso fatto di incertezze che gradualmente dovrebbero diventare riferimenti che formano la persona nell'età adulta attraverso l'affermazione professionale e lo studio per fare alcuni esempi, non è difficile capire come quella precarietà che accompagna l'esistenza di oggi possa avere effetti deflagranti in chi è più fragile e attraversa quella fase così delicata che è proprio l'adolescenza”.

Se precarie sono le relazioni e precario è il lavoro, non va meglio nella cornice all'interno della quale si vive: la società. Una società “oggettivamente piuttosto traumatica, direi perennemente traumatica – prosegue Iezzi -. E' un aspetto che si sta approfondendo nel mondo scientifico quello di quanto la traumaticità del mondo esterno stia influenzando soprattutto i giovani. Si parla tutti i giorni di guerra, si parla di cambiamenti climatici, veniamo da una pandemia: tutte cose che fanno presagire un mondo non molto rassicurante e che può avere una grossa risonanza su una mente delicata”.

La scarsa presa di coscienza della sanità pubblica dei problemi legati al disagio sociale anche dei giovani

A mancare in un quadro complesso e innegabilmente difficile per tutti è soprattutto, ancor più se si parla di giovani, è quindi l'ascolto e in questo, ribadisce Iezzi, la scarsa presa di coscienza della sanità pubblica ha un suo peso importante. “Abbiamo visto quello che è successo con i lockdown e tanto si è parlato di supporto psicologico visto l'aumento del disagio mentale e psicologico. A fronte di questo nulla è stato fatto di fronte a questo profondo senso di solitudine”.

Un ruolo importante quello dei professionisti che dovrebbe essere garantito anche a chi, torna a dire, non è nelle condizioni economiche per seguire un percorso privatamente, ma che di sostegno ha comunque bisogno e a cui quel sostegno andrebbe garantito anche in considerazione del fatto che parlare di disagi così grandi con un familiare o anche con un amico, non è così semplice e si preferisce dunque fingere che vada tutto bene fino a quando non ci si trova di fronte ad una tragedia. Situazione cui si aggiunge quella capacità di ascolto con cui un professionista, proprio per sua competenza, sa certamente interagire in modo più efficace rispetto a quanto chiunque di noi possa fare.

Se dunque la sanità dovrebbe fare un grosso passo in avanti, alla Iezzi chiediamo infine cosa dovrebbero fare i genitori degli adolescenti che ascoltando storie come quella di Pescara, ma come tante altre che ogni giorno capita di leggere sui giornali da quando quello che era un fatto così privato è diventato quasi un fenomeno, si sentono spiazzati e in difficoltà.

“Credo che sia molto importante osservare se un figlio abbia cambiamento di umore, se dorme molto e se si chiude in se stesso. La chiusura e la non comunicabilità sono segnali importanti. In più si dovrebbe cercare di filtrare il più possibile ciò che arriva loro soprattutto quando sono piccolo. Non devono vivere fuori dal mondo – sottolinea riferendosi al fatto che nelle famiglie ancor più con una crisi che costa posti di lavoro e dunque disponibilità economica , sono proprio gli adulti ad essere colpiti nel profondo -, ma vanno protetti. Capita di genitori che si confidano con i loro figli facendo cadere su di loro pesi eccessivi. Sono casi che vedo anche nella clinica di cui mi occupo. Bisogna evitare di ribaltare i ruoli perché la fase della crescita è una fase delicata”.

Un'analisi per macrotemi su un problema in cui, è il caso di ribadirlo, le individualità vanno poi valutate caso per caso, ma che di fronte ad una crescita di storie tanto tragiche che raccontano di giovani che si tolgono la vita perché incapaci di vedersi proiettati nel futuro, va fatta sia per tentare di dare qualche strumento alle famiglie e ai ragazzi stessi, ma anche per spronare le istituzioni a rivedere la sanità laddove l'aspetto psicologico continua inspiegabilmente ad essere troppo poco considerato.

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