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Il pescarese Alberto e l'ucraina Anastasiya: se l'amore è più forte della guerra

Lui è rimasto bloccato qui in città quando la guerra è scoppiata, lei si è nascosta per dodici giorni sotto la metropolitana: oggi, insieme, hanno una "famiglia" di 87 profughi e realizzano giubbotti antiproiettile per i civili che vivono sotto le bombe

Un laptop, gli abiti che aveva indosso e un piccolo bagaglio.
Erano le uniche cose che Alberto De Marco aveva portato con sé per il breve rientro a Pescara.

Il biglietto per tornare a Kiev, la sua casa da 13 anni, ce lo aveva già in tasca.

Il 23 febbraio ha avuto indietro il passaporto, ma quel volo non è mai decollato: in Ucraina, e nello specifico a Kiev dove la sua compagna Anastasiya lo aspettava con i loro due cani, è scoppiata la guerra. Così, in men che non si dica, il 45enne da business design ed esperto di cooperazione finanziaria internazionale, si è trasformato non solo in mediatore linguistico, ma anche in uno dei primi a mettere in campo azioni per cercare di portare in salvo quante più persone possibili dal Paese bombardato: in primis proprio la sua compagna che per dodici giorni ha vissuto nei sotterranei della metropolitana. Alberto e Anastasiya ora stanno mettendo in piedi una onlus e tra le tante inizative portate avanti con i fondi che raccolgono (in totale trasparenza) c'è anche il finanziamento di giubbotti antiproiettile che vengono realizzati interamente in Ucraina per essere distribuiti ai civili che non hanno nulla per difendersi. Giubbotti “personalizzati” dove cioè, chi aiuta a realizzarli, può far mettere un'etichetta anti-contraffazione con sopra il suo nome o magari una frase come “ti voglio bene” o “l'Italia è con voi”, come è già avvenuto: un modo per far sentire la propria presenza e magari donando anche un po' di speranza a chi oggi vive sotto le bombe di una guerra che Alberto e Anastasiya, come tanti, non immaginavano neanche lontanamente sarebbe scoppiata. A oggi ne riescono a produrre 15-20 al giorno, ma quando l'associazione sarà una onlus sperano di poterne fare molti di più.

ucraina_giubbotti

Mentre Alberto e Anastasiya ci raccontano la loro storia la sensazione è che a parlare sia una sola persona. Due voci che corrono su un unico binario: due storie diverse, ma che si sono svolte contemporaneamente e in parallelo. Due storie con un unico filo conduttore: la voglia di ritrovarsi. Ascoltandoli non si può non capire di essere davanti a una grande storia d'amore in cui la parola “amore” si arricchisce dei colori di tutto ciò che ad essa si può associare: sostegno, solidarietà e vicinanza. Quelle che oggi, da Montesilvano, riempiono le giornate di questa coppia che a ritrovarsi ci è riuscita. Nei primi giorni di guerra, lui a Pescara lei a Kiev, i due non potevano fare altro che sentirsi per telefono. A lei quei giorni sembrano lontani, ci dice. Usciva durante il giorno per portare i cani fuori, ma soprattuto per cercare viveri e il necessario per aiutare chi si nascondeva nella metro. Lasciare il Paese era impossibile. Alberto, in quegli stessi momenti, ha però iniziato a muoversi per far sì che Anastasiya potesse arrivare in Italia. Le risposte, ci racconta, non le ha trovate nelle istituzioni, ma nella gente: “Inizialmente ho cercato di trovare un modo per arrivare direttamente a Kiev e in questo frangente, chiamando ambasciata, Farnesina e onlus, ho scoperto che l'Italia non aveva alcun piano di recupero per gli italiani in Ucraina. Ci si doveva muovere come si poteva e non è di certo semplice perché dalla capitale al confine europeo ci vogliono dalle 8 alle 12 ore di macchina e il tracciato non è agevole”, men che meno con una guerra in corso. “Lì c'era la mia famiglia”, ripete più volte. La chiama “forza della disperazione”, ma in fondo è forza dell'amore quella che lo ha spinto a insistere e cercare, con l'aiuto anche di chi non conosceva, una soluzione. Anastasiya, nel frattempo, ha iniziato a muoversi in taxi fino a prendere un treno, strapieno, che l'ha portata in Slovacchia. Ad attenderla c'era proprio Alberto che in quei dodici giorni, con il supporto di tante altre persone, aveva già messo in piedi un'associazione, Lvivska Brama: la stessa che ora sta trasformando in una onlus. Affittato un pulmino da 9 posti e riempitolo con tutto ciò di cui chi aspettava potesse avere bisogno, si è messo in viaggio e alla fine ha fatto riabbracciando la sua compagna. In Ucraina, però, c'è ancora la famiglia della ragazza. Si sentono ogni giorno. Sono andati via da Kiev e hanno trovato rifugio a circa 100 chilometri dalla capitale, ma è impossible non avere paura. Una famiglia unita, ci racconta Alberto. Per loro andare via è impossibile: le condizioni di salute di alcuni familiari non permettono un viaggio tanto lungo e difficile e nessuno ha voluto abbandonare i più fragili. Se per loro sperano, nell'hotel Excelsior dove sono stati sistemati, Alberto e Anastasiya hanno creato una seconda famiglia fatta di 87 profughi, tra cui 34 bambini. Persone che aiutano e l'obiettivo è quello di fare lo stesso con gli ucraini ospitati negli alberghi vicini. Il suo ringraziamento il ragazzo non lo rivolge alle autorità, ma alle persone. “Devi essere orgogliosa di ogni tuo vicino di casa – dice -. Tutti hanno dato qualcosa, anche solo una saponetta, ma tutti hanno dimostrato di avere un grande cuore”.

Noi che Kiev l'abbiamo conosciuta così, sotto il fuoco delle bombe, non riusciamo a immaginare come fosse la vita nella capitale ucraina prima dello scoppio della guerra ed è questa l'ultima immagine che ad Alberto chiediamo di descriverci: “Non è facile. Per me è la mia città. Non mi ero mai fermato così a lungo da qualche parte. Era una città giovane, moderna, piena di divertimento e dalla vita social e intensa e tecnologicamente molto avanzata. Si potevano fare grandissime cose”. Le idee Alberto e Anastasiya le hanno chiare: tornare e ricostruire perché è lì che vogliono vivere la loro vita insieme. Nel frattempo se avete voglia di finanziare uno dei giubbotti antiproiettile che potrebbe salvare la vita ad un amico lontano potete farlo dal sito dell'associazione nata da questa incredibile storia d'amore.

I giubotti anti-proiettile realizzati con i fondi raccolti da Alberto e Anastasiya

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