Martedì, 16 Luglio 2024

VIDEO | Commozione e dolore per l'addio a Christopher Thomas, la nonna: "Saresti stato un grande uomo, non dimenticatelo"

Si stringono in un grande abbraccio gli amici del 16enne ucciso nel parco Baden Powell. Dal pulpito l'arcivescovo Tommaso Valentinetti trova nella parola "responsabilità", quella che abbiamo tutti verso di loro, la chiave per provare a spiegare l'inspiegabile e da Roma arriva don Antonio Coluccia. I ricordi della nonna sono il simbolo di un'umanità che dobbiamo ritrovare

È quando quei palloncini si alzano alti nel cielo, quando la bara in legno bianco viene poggiata nel carro funebre per l'ultimo saluto che il dolore diventa palpabile. È in quel momento che ciò che sembra impossibile diventa improvvisamente reale: è quello il momento in cui gli amici di Christopher Thomas esplodono nel pianto mostrando tutta la loro fragilità e quell'umanità che è difficile trovare nel gesto così efferato che quella vita se l'è portata via. Una fragilità che raccontano anche la canzone che hanno scelto per Thomas: “Rondini al guinzaglio” di Ultimo.

È a loro che nonna Olga che al suo Christopher ha sempre tenuto la mano come ha ricordato sindaco Simone Palozzo ricordando il suo legame umano con quella famiglia iniziato quando di anni Christopher ne aveva soltanto tre, che si rivolge accarezzando il feretro di quel nipote che ha cresciuto e amato come un figlio: “vi chiedo una grazia particolare, non vi dimenticate di lui”.

Parole che si accompagnano alla lettera che sempre lei ha scritto e che è stata letta alla fine della funzione celebrata dall'arcivescovo Tommaso Valentinetti con accanto oltre al parroco di Rosciano anche don Antonio Coluccia, il prete simbolo della lotta allo spaccio e alla criminalità arrivato da Roma per portare il suo messaggio ai giovani.

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“Sei stato con me sin dall'inizio. Ti ho accolto tra le braccia prima che aprissi gli occhi al mondo. Lo stesso monto che ti ha tradito”, ha scritto nonna Olga ricordando la tenerezza di quel bambino con cui inventava storie nel lettone e quei gesti di amore che lui le riservata quando in giro per casa, a San Valentino, le lasciava dei biglietti. “Saresti stato un grande uomo e io sarei stata fiera di te. Desidero che i giovani comprendano l’importanza della famiglia, un posto sicuro. Sentitevi liberi di essere voi stessi. Solo così i veri amici vi resteranno accanto. Chiedo ai nonni, ai genitori, agli zii di stringere sempre i loro ragazzi. Abbracciatevi e ricordate sempre di esserci gli uni per gli altri”.

Monsignor Valentinetti ha parlato di un funerale difficile da celebrare e soprattutto di “responsabilità”. Una parola che pronuncia quasi ritualmente e ogni volta che lo fa affonda nel petto di chi ascolta proprio come quella lama che in modo assurdo e totalmente irresponsabile la vita di Christoper che di anni ne aveva solo 16, se l'è portata via la sera del 23 giugno nel parco Baden Powell. Una responsabilità che è “sicuramente di chi ha compiuto i gesti che non doveva compiere – ha proseguito l'arcivescovo parlando dei due presunti assassini, due minori -, ma questo è il momento di riflettere su una assunzione di responsabilità collettiva. Se avvengono questi fatti, se questi ragazzi diventano incontrollabili che ci sia una dimensione di responsabilità che tutti dobbiamo assumerci. Un sussulto di responsabilità perché queste cose non sono giustificabili, non sono comprensibili”.

“La presenza di tanti giovani – ha detto ancora parlando della veglia svoltasi davanti al parco Baden Powell – testimoniano che si può avere un sussulto di umanità, un sussulto di verità, un sussulto che fa cadere le armi dalle mani dei violenti, che fa cadere la lebbra che sta attanagliando la gioventù”, quella del vangelo scelto per l'omelia quando Cristo tocca il lebbroso e lo guarisce compiendo un gesto impensabile perché “il lebbroso non si poteva toccare. Era impuro. Quante volte abbiamo pensato che chi vive il disagio è impuro e gli stiamo lontani – ha ammonito Valentinetti -. Forse dovremmo avere il coraggio di riscendere la montagna e di toccarla con le nostre mani con il nostro impegno”. Quindi l'appello perché si fermino “i mercanti di morte”, gli spacciatori. L'impegno di tutti, insomma, “perché si cicatrizzino le ferite martoriate di Christopher”, ha concluso il monsignore rivolgendo “la preghiera più sentita” proprio a nonna Olga, “per l'educazione che si è sforzata di dare a questo figlio”.

A parlare dal pulpito è stato anche don Antonio Coluccia. “Che Christopher sia luce sul nostro cammino. Speriamo che questo seme caduto in terra possa portare frutto soprattutto per voi ragazzi perché la vita è il più grande dono: non ha prezzi di ricambio – ha detto rivolgendosi agli amici del 16enne -. Chi ha ucciso questi ragazzi? - ha detto nel suo intervento – ne siamo tutti responsabili. Distinguete gli amici dai compagni di merenda, la vostra vita non è all'asta. Ho visto tanti zombie nelle piazze di spaccio. Spero che Pescara sia una città non solo che oggi si commuove, ma che si muove per intercettare il disagio di questi ragazzi. La violenza è affascinante, ma è orrore”.

In quella chiesa silenziosa dove tane sono le autorità presenti, dal prefetto Flavio Ferdani al questore Carlo Solimene, passando per il presidente della Regione Marco Marsilio, i sindaci compresi quelli di Pescara e San Giovanni Teatino e i massimi rappresentanti delle forze dell'ordine oltre a consiglieri comunali e deputati come Guerino Testa e Luciano D'Alfonso, e dove è difficile stare tutti, la luce filtra dalla finestra sopra l'altare e per un attimo illumina il viso di un bambino di pochi mesi in braccio al suo papà. Il piccolo non può sapere dove si trova e sorride. È il sorriso di una nuova vita che ne strappa a chi gli è accanto, il sorriso che per un attimo cancella l'orrore e riempie il cuore: in quel sorriso c'è quel futuro che dobbiamo essere capaci di regalare ai nostri ragazzi, come tutti hanno ricordato dal pulpito, toccando con mano i loro disagi, toccando con mano quella grande sensibilità che tentano di nascondere trattenendole quelle lacrime fino a quando il momento dell'addio, quello vero, quello che fa diventare reale ciò che non lo sembra. E allora le lacrime sgorgano mentre si abbracciano gli amici di Thomas per sostenere un peso che sembra essere troppo grande da portare a quell'età e che tutti chiedono diventi non una forza di rabbia, ma una spinta di autentica umanità perché queste “Rondini senza guinzaglio” trovino un nido dove trovare sostegno e conforto, e la responsabilità di costruirlo, questo il messaggio arrivato dall'omelia, è di ognuno di noi.

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