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L'ANALISI | Cosa c'è dietro al disastro Pescara

È un grande dolore sportivo commentare la retrocessione del Delfino in serie C, non aritmetica ma di fatto, quando mancano tre giornate alla conclusione della stagione. Un'annata maledetta, culminata con una delle più brutte partite mai disputate dai biancazzurri

Daniele Sebastiani

È un grande dolore sportivo commentare la retrocessione del Pescara in serie C, non aritmetica ma di fatto, quando mancano tre giornate alla conclusione della stagione. Una stagione maledetta, culminata come tutti sappiamo con una delle più brutte partite mai disputate dai biancazzurri. Un 3-0 che il Cosenza ha ottenuto passeggiando sui resti del Pescara già dopo pochi minuti di gioco, match incommentabile su cui perciò non ci soffermeremo.

Nello sport, e quindi anche nel calcio, bisogna saper vincere e saper perdere, ed essere anche onesti: il verdetto che condanna Fiorillo e compagni all'inferno della C, è giusto. Poco da aggiungere, se non che Entella e Pescara sono le squadre più deboli della serie B, mentre il Cosenza, la Reggiana e ovviamente un Ascoli che sembra inarrestabile e sta mettendo in dubbio perfino la disputa dei play-out, sono più forti. Lo dice il campo. Punto.

Il Pescara retrocede in serie C dopo oltre 10 anni e ci sono anche tante similitudini rispetto a quell'incredibile campionato. Allenatori a rotazione senza trovare rimedi: Delio Rossi, Galeone, Burgnich e ancora Rossi. Un po' come quest'anno: Oddo, Breda, Grassadonia, una miriade di collaboratori tecnici e consulenti, senza risultati. E poi tanti buoni calciatori dell'epoca, alcuni perfino prestigiosi, ma che insieme formavano una “polveriera dai piedi buoni”: Bordoni in porta, i vari Sbrizzo, Sadotti, Zoppetti, Giacobbo in difesa, De Patre, D'Aversa, Palladini, Tisci, Bonomi a centrocampo, Giampaolo, Esposito, Zanini, Artico e Chianese davanti. Fu un disastro. Anche ora il Pescara ha elementi che singolarmente potrebbero avere dei valori tecnici, ma zero degli altri valori di cui una squadra che deve salvarsi ha bisogno. Vengono in mente Machin, Ceter, Maistro, Valdifiori, Rigoni, Galano. Il risultato è lo stesso: un disastro.

TOP. L'allenatore Grassadonia e il diesse Bocchetti, che almeno ci hanno messo la faccia nel dopopartita di Cosenza-Pescara.

FLOP. Il disastro è generale. È chiaro che fa molto male assistere alla prestazione appesantita di Scognamiglio, peraltro schierato in un ruolo di esterno dei tre della difesa che francamente lascia molti dubbi. Fa male vedere il portiere Fiorillo in ritardo su quasi tutti i gol subiti. Fa arrabbiare annotare l'ennesimo rigore fallito e calciato malissimo da Machin. Ma sono solo esempi singoli, la verità è che i problemi nascono da lontano.

LA SOCIETÀ. Se si è forti, bisogna avere la visione di leggere la situazione in modo ottimistico. Cioè, da questo punto così basso occorre trovare la forza per azzerare tutto e ripartire, ma ripartire con una strategia, una programmazione, un'idea. Aspetti che negli ultimi anni sono mancati totalmente. Se ci fossero, anche l'endemica latitanza di denari della società potrebbe essere superata o quantomeno attutita.

Non regge il discorso che siccome non ci sono soldi, bisogna ricorrere in modo massiccio ai prestiti per costruire un organico. Anche nella pericolosità dei prestiti, c'è modo e modo di scegliere i calciatori affidandosi a valutazioni tecniche, tattiche e morali e non prevalentemente a opportunità di mercato. Opportunità spesso imposte da logiche spesso anche queste incommentabili. Probabilmente salterà qualche testa, anche se l'obiettivo sarebbe una rivoluzione ragionata e non tanto per.

GLI ULTIMI ANNI. Non è vero che il problema sia legato agli ultimi mesi, cioè da gennaio 2020 quando ci fu la rottura con Luciano Zauri. Con un cambio continui di allenatori, da Legrottaglie a Sottil, da Oddo a Breda, fino a Grassadonia. Non dimentichiamoci che nella passata stagione il Pescara è retrocesso sul campo. Ricordiamo anche il campionato 2017-18, ad esempio: il divorzio da Zeman, il crollo di Epifani, il miracolo in extremis grazie a Pillon.

Oppure le serie A sicuramente raggiunte (quindi complimenti, perché le circostanze bisogna scriverle tutte e non a senso unico), ma anche disputate senza nemmeno combattere, condannati a retrocessioni già scritte da logiche di mercato, ancor prima che di ricchezza o povertà. Insomma, le storie sono tante e partono da lontano.

IL COVID. Ebbene sì, il Covid ha dato il colpo finale. In una stagione terribile per tutte le squadre, il focolaio delle ultime settimana ha dato la mazzata al Pescara. Che forse non si sarebbe salvato ugualmente, ma che a un certo momento sembrava stesse dando qualche segnale di vita. Il Covid ha dato la mazzata, ma non è il vero colpevole, è solo l'ultimo dei colpevoli.

IL PROBLEMA. Tre partite da onorare, perché retrocedere ci può stare, ma almeno adesso si chiede dignità sportiva, a chi avrà l'onere di scendere in campo.

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