Venerdì, 15 Ottobre 2021
Salute

La profilassi antitrombotica a domicilio nei pazienti affetti da Covid, un modello da replicare

Ecco che cosa spiega Sophie Testa, presidente della Federazione Centri per la Diagnosi della Trombosi e la Sorveglianza delle Terapie Anticoagulanti

Formazione continua ai medici di base per permettere agli ospedali di accogliere solo i casi che necessitano di un immediato ricovero (e non solo per il Covid-19), e in particolare corsi sulla profilassi antitrombotica per trattare i pazienti a casa, fanno di Cremona un modello da replicare, magari anche a Pescara dove i casi di coronavirus sono stati tanti.

Ecco che cosa spiega Sophie Testa, presidente della Federazione Centri per la Diagnosi della Trombosi e la Sorveglianza delle Terapie Anticoagulanti. “La realtà vissuta a Cremona – uno dei fronti principali della pandemia – ha permesso al personale sanitario di accumulare velocemente grandi esperienze soprattutto in funzione del fatto che l’ospedale, nel giro di pochi giorni, si è riempito di pazienti Covid con 650 posti letto occupati. Subito ci si è resi conto che l’infezione da Covid-19, con espressione di una grave insufficienza respiratoria, aveva due caratteristiche salienti: da una parte, come in molte condizioni infettivologiche acute, esponeva i pazienti ad un rischio tromboembolico venoso elevato (e di questa si aveva già conoscenza rispetto ad altre situazioni), secondariamente c’era lo sviluppo di una malattia infiammatoria acuta che determinava poi le lesioni microvascolari polmonari tipiche della fase più avanzata della malattia”.

Nel considerare l’aspetto trombotico legato al tromboembolismo venoso, viene messa in atto la profilassi eparinica: “Con la medicina generale - dice Sophie Testa - sono stati strutturati degli incontri in quanto i medici stessi chiedevano aggiornamenti e informazioni al fine di poter gestire a domicilio quei pazienti che non erano giunti ad ospedalizzazione, che non trovavano posto in ospedale, che non erano in fase di insufficienza respiratoria acuta, ma che comunque meritavano un trattamento che non fosse la semplice osservazione o il semplice controllo della temperatura corporea e dell’ossimetria. A seguito di questa esperienza e della letteratura disponibile vengono oggi presi in considerazione tra i fattori di rischio, l’immobilità a letto (o comunque l’ipomobilità), eventuali precedenti eventi trombotici venosi, l’obesità, un trattamento ormonale in atto, l’età, eventuali malattie concomitanti (ad esempio il cancro) e viene assegnata la profilassi eparinica. Inoltre si sottolinea l’importanza di una buona idratazione”.

È stato un percorso, conclude Sophie Testa, che “è partito dall’evidenza della prevalenza di complicanze tromboemboliche e della conseguente necessità di profilassi precoce domiciliare, profilassi da proseguire in alcuni casi anche dopo la dimissione ospedaliera; nella seconda e terza ondata questa pratica si è consolidata. Una raccomandazione per il futuro è quella di cercare di avere sempre controllo e conoscenza dell’emocromo e della funzionalità renale per escludere condizioni di controindicazione assoluta alla profilassi. Se questo aspetto è stato difficile da gestire nella prima ondata, passati i primi due mesi si è organizzato un servizio domiciliare anche per controllare l’assetto emostatico e la creatinina, sempre memori che dell'indispensabilità della modulazione del trattamento”.

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