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Mercoledì, 29 Maggio 2024
Politica

"Radici in Comune" scrive a Regione Abruzzo e Anac per i tronchi della riserva messi all'asta

Per l'associazione "Radici in Comune" l'aver messo all’asta il legname della pineta implicherebbe il mancato rispetto del codice degli appalti (Gpp) e del piano di assetto naturalistico

L'associazione politica "Radici in Comune" scrive sia alla Regione Abruzzo che all'Anac (autorità nazionale anticorruzione) per il presunto «mancato rispetto del codice degli appalti (Gpp) e del piano di assetto naturalistico relativamente alla messa all'asta del legname derivante dal taglio degli alberi bruciati della riserva dannunziana.
Si parla degli interventi di bonifica dei comparti della riserva naturale regionale pineta dannunziana interessati da un grave incendio il primo agosto del 2021.

«L’ente gestore», scrive "Radici in Comune", «ovvero il Comune di Pescara e nella fattispecie la giunta comunale, ora intende mettere all’asta tutti gli alberi rimossi dall’area protetta, patrimonio dell’intera collettività, dopo aver ignorato, per l’intero mandato di 5 anni (2019-2024), l’esistenza del relativo piano di assetto naturalistico».

Poi l'associazione prosegue: «Infatti dopo l’approvazione dello stesso nel 2018 e la tardiva pubblicazione dell’atto sul Bura il 13 febbraio 2019, su tutte le versioni del documento unico di programmazione (Dup), redatti dall’amministrazione dal 2020 al 2023, alla voce: “Riserva Naturale Regionale Pineta Dannunziana” il testo esordisce sempre con lo stesso testo: “Nelle more del completamento da parte della Regione Abruzzo dell’iter approvativo del piano di assetto naturalistico (avvenuto come detto nel 2019), andranno perseguite le seguenti azioni (…). A pag. 103 del Dup 2023-2025, ma anche degli altri, si legge inoltre: “4. Gestione – Nelle more della definizione, da parte del consiglio comunale, di un più incisivo e potenziato assetto di gestione della riserva, si procederà, in coerenza con il Pan, alla realizzazione di strutture di accoglienza volte a garantire sostenibilità economica ad azioni di gestione organiche dell’area protetta”. Altre simili “enigmatiche” dichiarazioni, ripetute in fotocopia, chiudono in tutti i Dup il breve capitolo sulla riserva. Quindi mai nominato un comitato di gestione, né tanto meno la direzione scientifica! Dopo l’incendio dell’agosto del 2021, di fronte al quale, nonostante gli allerta meteo, l'amministrazione si è fatta trovare gravemente e drammaticamente impreparata, la stessa ha continuato a ritenere non necessaria una governance scientifica interna, ma si è avvalsa, con bizzarre e improvvisate formule, di svariate consulenze esterne, in modalità per nulla coerenti con la norma istitutiva dell’area protetta. Fino ad arrivare alle attuali attività di “bonifica” e rimozione delle presunte “macerie” lasciate dal fuoco, ovvero il legname bruciato. Proprio quest'ultimo, il cosiddetto materiale di "esbosco", è stato valutato dal progettista dell’intervento, nonché direttore dei lavori, "nelle disponibilità della ditta appaltatrice" oltreché di "scarso valore di mercato" tanto da suggerire all'ente appaltante (il Comune) di bruciarlo, indicando anche dove (impianto di biomasse di Termoli), paradossalmente trasformando gli alberi, si ripete, di un’area protetta, da "riserve di carbonio" a fonte di emissione di Co2: un mondo alla rovescia!».

"Radici in Comune" poi prosegue: «Abbiamo consultato tutte le attuali norme vigenti in materia, dalla legge 21 novembre 2000, numero 353: "Legge-quadro in materia di incendi boschivi", alla legge 14 gennaio 2013, numero 10: "Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani", e finanche legge regionale 4 gennaio 2014, numero 3: "Legge organica in materia di tutela e valorizzazione delle foreste, dei pascoli e del patrimonio arboreo della regione Abruzzo", ma tutte  rimandano ai Pan vigente, dove non vi è  riferimento alcuno a tale pratica, nè tanto meno alla sua messa all’asta (per fare non si sa cosa). In questo contesto, quindi, quale sarebbe la posizione del Comune, nel gestire un patrimonio pubblico, che è della collettività, nei confronti dell'impegno che invece è tenuto ad assumere dal Piano d’azione per la sostenibilità ambientale dei consumi nel settore della pubblica amministrazione a cui i Comuni italiani sono chiamati e tenuti ad aderire e a dare il loro contributo, dove la parola combustione non è mai citata? Per non parlare della assoluta mancanza di adozione del codice degli appalti  e dei relativi criteri ambientali minimi (Cam), certamente all'attenzione del progettista relativamente ai lavori di esbosco sopra esposti, ma curiosamente solo quelli relativi all’adozione sostenibile di attrezzature di arredo per lo svago in aree verdi, quindi sbagliate, tralasciando invece quelli relativi alle attività obbligatorie da mettere in atto per lo smaltimento di materiale di scarto di lavorazioni del verde (compostaggio in loco o in remoto per restituire sostanza organica a un suolo geopedologicamente sabbioso e quindi poco fertile). A detta grave lacuna si aggiunge quella relativa alle campagne di comunicazione, previste dai CAM come obbligatorie anch'esse, che a nostro avviso non sono mai state effettuate per nessuna delle opere di gestione ordinaria e straordinaria del verde, né tanto meno l'Amministrazione ha verificato che venissero effettuate (addirittura in diversi bandi l’ente appaltante, il Comune, ha previsto opere in deciso contrasto con i CAM, come dare punti a chi prevedesse la destinazione energetica degli scarti!). Si è letteralmente increduli rispetto a quanto questa amministrazione sia riuscita a non fare in termini di attuazione delle norme (a partire dal Pan e dal codice degli appalti) e di converso a danneggiare l’area protetta con una sequenza sorprendente di attività, ordinariamente di “giardinaggio”, finanche alla distruzione di interi lembi di pineta come è avvenuto con la realizzazione del Pendolo, contestatissimo asse viario di 600 metri che oggi attraversa l’area protetta con il passaggio previsto di milioni di auto ogni anno. Il legname della riserva non può essere mandato in fumo, affidandolo con un’asta ad aziende che usufruirebbero addirittura di incentivi statali per mandarlo al rogo, producendo Co2, ma deve essere restituito alla stessa area protetta, ovvero a tutte le aree verdi della città, perché è alla città e ai suoi abitanti che detto patrimonio appartiene. Con preoccupazione e sconforto, che hanno tra l’altro ampia eco sugli organi di informazione locali senza riscontro alcuno, sottoponiamo l’intera vicenda all’ufficio Parchi e Riserve Naturali della Regione Abruzzo, che con propria legge ha istituito, nel 2000, la Riserva affidandola al Comune e finanziando annualmente anche le relative attività di gestione, nonché all’autorità nazionale anti corruzione, l’Anac, a cui fa capo il rispetto dell’attuazione del codice degli appalti, verdi in questo caso (Gpp), e che valuta le violazioni della disciplina sull’affidamento e l’esecuzione di contratti pubblici di lavori, servizi e forniture».

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