Riapertura 2.0, per Unioncamere l'online abruzzese è in crescita

Non solo Amazon, Shopify e Facebook Shops: la pagina del profilo diventa vetrina. Le difficoltà per la riapertura sembrano non lasciare scelta alle aziende se non quella di sbarcare anche sul settore online

Non solo Amazon, Shopify e Facebook Shops: la pagina del profilo diventa vetrina. Gli ultimi giorni hanno portato anche il commercio abruzzese a rimettere il naso fuori dalla tana, cui il letargo imposto dalla pandemia e dalle misure di contenimento lo avevano costretto molto, moltissimo tempo fa. Un tempo così lungo che ha forzato gli imprenditori a fare quello che meglio sanno e devono fare: pensare al futuro delle loro attività.

Se già da un po' il tessuto commerciale di capoluoghi di media grandezza e realtà locali dislocate in borghi e contrade poteva sentirsi cinto nella morsa chiusa da gdo e commercio online, le limitazioni agli spostamenti del lockdown prima, e le difficoltà a riadattarsi del dopo, sembrano aver inflitto un altro duro colpo agli shop fisici, tra "sindrome della capanna", problemi occupazionali e di liquidità.

Qualcuno potrebbe definire irrealistico un passaggio in massa al digitale di negozi ancora "analogici", perché strutturati sul rapporto di fiducia con la comunità e in quanto gestiti talora in famiglia e nella compresenza di una generazione nativa digitale e di un altra più aliena alle meraviglie del web. Un recente report di Unioncamere smentisce tale concezione della realtà commerciale abruzzese. Dal 2015 a oggi sono almeno 277 le imprese di cui è censito l'utilizzo del canale di vendita online, con un incremento del 16.2 % a fronte della percentuale nazionale del 14.5. Abruzzo all'avanguardia, dunque.

Le difficoltà per la riapertura sembrano non lasciare scelta alle aziende se non quella di sbarcare anche sul settore online. Quando si pensa al mercato digitale non si può non pensare al Marketplace per eccellenza: Amazon. Un futuro del commercio abruzzese a firma Jeff Bezos non è però auspicabile. Amazon, infatti distrugge più di quanto crea. Come ha illustrato nei giorni scorsi il Data Room di Milena Gabanelli a fronte di 7mila dipendenti assunti in Italia, cui vanno aggiunti 30mila addetti dell'indotto, il colosso americano ha provocato la perdita di 200mila posti di lavoro, solo nel settore dell'elettronica.

Peraltro Amazon annovera nell'indotto anche i dipendenti delle aziende che sul suo marketplace vendono prodotti. Ma queste aziende non sono, in maggior parte, nate con la mission di vendere sui canali della creatura di Bezos, cui si sono solo rivolte come un canale di vendita in più, e non prosperano certo grazie a quest'ultima. Amazon chiede commissioni dal 5 al 20%, a seconda che si usi una logistica propria o gestita da loro. Inoltre usufruire della loro vetrina, vuol dire esporsi alla concorrenza mondiale di centinaia di migliaia di competitors che trattano lo stesso prodotto. Ciò si traduce in una sola conseguenza. Guerra dei prezzi che impedisce di praticare un prezzo remunerativo, spesso, gioco-forza, poco al di sopra del prezzo di costo.

Senza contare la possibilità che determinati prodotti siano venduti proprio da Amazon stessa a prezzi imbattibili. Una vera e propria quotidiana guerra, ma c'è chi la vince e su Amazon sopravvive. Ci sono tuttavia alternative: la prima è quella di farsi un proprio sito, e c'è chi l'ha fatto durante questa quarantena. Non è tuttavia operazione semplice, né tantomeno gratuita. Poi si deve cominciare la lunga scalata per ottenere visibilità e attirare traffico, secondo i principio del seo, cosa che di fatto è un lavoro a sé. Una strada un po' più semplice è offerta da Shopify che con un abbonamento mensile, offre un sito già pronto e customizzabile con interfacce e in più un aiuto anche per la logistica delle spedizioni. Anche lì però c'è da prenderci la mano.

Tutto sarebbe facilitato se le Confcommercio si incaricassero di offrire piattaforme online dove le imprese potessero iscriversi e proporre ivi i loro prodotti. Ciò faciliterebbe i neofiti dell'online e indubbiamente potrebbe abbattere i costi. I consumatori, accedendovi potrebbero volontariamente aiutare il commercio locale, (impossibile farlo su Amazon) scegliendo tra aziende di una determinata provincia, così che, per le aziende stesse la concorrenza sarebbe più ristretta rispetto ad un Marketplace globale.

Ma è proprio delle ultime ore la più grande novità: Facebook ha annunciato la creazione di Facebook Shops. Le aziende, grazie a questa idea di Menlo Park, semplicemente dalla loro pagina Facebook o Instagram potranno creare una vetrina-catologo dei loro prodotti e ivi prendere ordini. Il tutto, ecco la grande differenza da Amazon, senza costi né commissioni. Tramite WhatsApp, Messenger o Instagram Direct, poi, gli imprenditori potranno comunicare con i loro clienti. L'iniziativa destinata a implementarsi nelle prossime settimane permetterà in un primo momento di fare acquisti solo reindirizzando al sito Web dell'azienda, cosa che faciliterà chi si affida per esempio a Shopify, tra l'altro partner di questa iniziativa di Zuckerberg, o chi ha già un sito bene avviato, ma successivamente, si annuncia, permetterà direttamente pagamenti in app.

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Se l'upgrade di Facebook dovesse funzionare potrebbe rivoluzionare anche un altro settore in difficoltà come quello della ristorazione che potrebbe usare la vetrina online per mostrare i piatti, attirando i clienti nel ristorante, oppure proporre l'asporto senza intermediare con i vari Just Eat e simili. Il quadro è in continua evoluzione, ma è ormai chiaro che, specie nell'incertezza data dalle ristrettezze del quadro economico e dalle cautele per prevenire nuove ondate pandemiche, nessuna azienda potrà pensare di perdere il treno dell'online. Il pubblico non può restare a guardare ma deve offrire strumenti e possibilità a chi non è ancora pronto. Prepararsi oggi permetterà di non restare indietro domani.

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