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Economia

Per negozi, bar e ristoranti il 2022 è un anno orribile, tante le chiusure: la crisi attuale fa più male della pandemia

Se il covid ha posto le basi, le contingenze attuali sono state un colpo quasi fatale per le piccole imprese, a scattare la fotografia è l'indagine Confesercenti: per la ristorazione saldo negativo per la prima volta in 10 anni, per il commercio al dettaglio quelli dell'anno in corso sono i numeri peggiori dal 2012

Per il commercio al dettaglio il 2022 è l'anno peggiore degli ultimi dieci anni e meglio non va con ristoranti e bar che per la prima volta in dieci anni diminuiscono. E' quanto emerge da un'indagine Confesercenti che scatta una fotografia  preoccupante sulla situazione economia del territorio e che mette in luce anche aspetti forse inattesi. Sì perché la pandemia avrà anche avuto il suo ruolo, ma è la crisi attuale fatta di guerra, caro-bollette e aumento dei costi anche per le materie prime, il vero cataclisma. 

Una riflessione deducibile in particolare dai numeri relativi a bar e ristoranti che nei due anni della pandemia e nonostante i lockdown, sono cresciuti: se nel 2012 (anno da cui è partita la rilevazione)  erano 2.052, nel 2020 se ne sono contati 2.559 con un ulteriore crescita nel 2021 quando ce n'erano 2.580. Nel 2022 tutto è cambiato: per la prima volta nei dieci anni considerati per bar e ristoranti arriva il segno meno con 2.507 attività presenti: 73 quelle perse in undici mesi con anche la conseguente perdita di posti di lavoro.

Anche la vendita al dettaglio, cioè i negozi, sembravano aver retto alla pandemia sebbene le conseguenze della stessa si siano certamente in parte manifestate solo dopo. Anche in questo caso il periodo 2020-2021 aveva visto comunque aumentare il numero dei negozi presenti in tutta la provincia contandone rispettivamente 5.574 e 5.587. Numeri lontani da quelli del 2016 quando ce n'erano 5.788, ma che sembravano un buon segnale di ripresa. Così non è stato a quanto pare perché le saracinesche abbassate sono state tante: nel 2022 i negozi presenti su tutto il territorio provinciale sono attualmente 5.233 con un saldo negativo pari a 254 attività scomparse rispetto all'anno scorso. Molti i ragionamenti possibili e di certo per chi l'attività l'aveva aperta appena prima della pandemia il covid prima e la crisi attuale adesso potrebbe non aver lasciato molti spiragli. Tutto questo però non basta a giustificare quei numeri. Di certo non basta alle associazioni di categoria che allarmi ne avevano lanciati chiedendo più volte di condividere interventi e una visione su ciò che si voleva fare per Pescara in particolare. 

Ora arriva il Natale e un po' di ottimismo c'è come hanno testimoniato le stesse associazioni presenti oggi in Comune per annunciare le iniziative del Black Friday ormai alla vigilia e dello stesso periodo festivo.

Il momento resta comunque difficile e tra le ragioni c'è certamente l'inarrestabile corsa all'acquisto online. Altro tema su cui da sempre gli addetti ai lavori chiedono una regolamentazione: abbattere certi colossi è un'impresa non da poco. Un commento sulla situazione di Pescara in merito alle tante chiusure e quei cartelli di “affittasi” e “vendesi” che si incrociano solo passeggiando tra le sue strade, lo abbiamo chiesto a Pierluigi Patriarca (Confesercenti) che ha presentato oggi il nuovo mercatino di Natale di cui proprio l'associazione si sta occupando. “Veniamo fuori da una pandemia e da una serie di circostanze, dalla guerra al caro bollette, che hanno messo in ginocchio i piccoli commercianti. Per questo invito tutti a venire a comprare nei centri storici e nei centro città perché l'acquisto online spegne le sue luci”. Sì perché acquisto online, acquisto in negozio e lavoro viaggiano tutti su un binario parallelo. “Io ho diversi negozi e tanti mi portano i curriculum perché in cerca di occupazione. La prima cosa che chiedo loro è dove comprano le scarpe e molti mi dicono online. Però poi i curriculum li portano alle attività della città perché siamo noi quelli che danno la possibilità di lavorare. Nell'online il lavoro è ridotto e soprattutto comprando lì non si aiuta l'economia locale che rimane nella città creando anche occupazione”.

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