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Domenica, 22 Maggio 2022
Cronaca

Truffe online, sgominata banda a Padova: tra le vittime anche pescaresi

Tramite tecniche di "phisning" con sms e mail riuscivano ad accedere ai dati delle carte di credito, quindi i prelievi, gli acquisti costosi e i bitcoin con parte dei guadagni reinvestiti anche nel traffico di droga

Con varie tecniche di “phishing”, sms e mail con link ingannevoli riuscivano a rubare i dati delle carte di credito a persone di tutto il Paese. Potevano così usarle per fare ingenti prelievi, comprare smartphone e gratta e vinci, pagare cene al ristorante, investire in bictoin e reinvestire parte dei guadagni nel traffico di droga. Tra le vittime della banda arrestata grazie alle indagini condotte dalla questura di Padova, anche persone residenti nella provincia di Pescara. A riportare la notizia è Venezia Today. Sei le persone arrestate tra la provincia di Padova e Venezia e accusate di truffa aggravata mediante utilizzo indebito e falsificazione di strumenti di pagamento online.

Sui cellulari e le mail delle vittime arrivavano messaggi apparentemente affidabili dato che intestati a banche e enti noti. Facendo leva sui timori degli utenti cui si diceva che il conto corrente era a rischio, tanto per fare un esempio, li inducevano a cliccare sul link inviato per risolvere il problema. Da qui il recupero dei dati e l'accesso alle carte di credito con i soldi che venivano spesi soprattutto tra Padova, Vicenza, Venezia e Treviso. A far partire le indagini, nel 2022, un ristoratore che aveva chiamato la polizia dopo che un cliente aveva più volte tentato di pagare con una carta clonata come risultava da una denuncia fatta da una persona di Forlì. Le sei persone, accusate di associazione a delinquere, abitano a Padova, Abano Terme, Montegrotto, Campodarsego e Stra. Per due di loro, di 25 e 50 anni, è stata disposta la custodia in carcere, altri tre (un49enne, un 44enne e un 39enne) sono agli arresti domiciliari, mentre per l'altro componente della banda, un 43enne, è stato deciso l'obbligo di dimora. Per quanto riguarda il denaro investito in bitcoin, ad alcuni indagati è stato contestato anche il reato di autoriciclaggio.

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