Venne travolto e ucciso da un furgone nel Pescarese, iniziato il processo per la morte del bracciante Diallo

L'udienza preliminare nei confronti di D.D.J., 43enne di Montesilvano è stata però subito rinviata a marzo per la citazione del responsabile civile, la compagnia assicurativa Cattolica

È iniziato nel tribunale di Pescara ieri mattina, martedì 17 novembre, il processo per la morte di Mamadou Thiana Diallo che venne travolto e ucciso da un furgone dopo il lavoro nei campi a Civitaquana.
L'udienza preliminare nei confronti di D.D.J., 43enne di Montesilvano è stata però subito rinviata a marzo per la citazione del responsabile civile, la compagnia assicurativa Cattolica.

I fatti risalgono alla notte del 9 luglio del 2019 quando un furgone aziendale travolse e uccise il 27enne Diallo, bracciante originario della Nuova Guinea.

I familiari del giovane, assistiti da Giesse Risarcimento Danni, gruppo specializzato in materia di risarcimento danni e responsabilità civile con sede anche a Montesilvano, si sono costituiti parte civile nel processo insieme anche a un’associazione di vittime della strada. Il 27enne lavorava come bracciante agricolo a Civitaquana, al termine di una lunga e faticosa giornata nei campi si era recato nel centro di accoglienza per cenare e guardare la televisione insieme ad alcuni amici. Poco dopo le 23, salutati gli amici, si era incamminato a piedi verso il vicino appartamento dove viveva in affitto con alcuni coetanei. Stava camminando lungo il ciglio della strada regionale 602 in direzione Civitaquana, in contrada Vicenne, quando improvvisamente è stato travolto da un furgone che sfrecciava ad alta velocità. L’impatto è stato tremendo, tanto che il giovane è stato sbalzato in aria ed era ricaduto in mezzo alla vegetazione sul ciglio della strada. Il suo corpo era stato ritrovato soltanto il giorno successivo dagli stessi amici e coinquilini che non vedendolo né rincasare né presentarsi al lavoro, avevano ripercorso a piedi il tragitto fino al ritrovamento del corpo tra le sterpaglie.

Nella richiesta di rinvio a giudizio per omicidio stradale il Pm, Marina Tommolini, come riferisce Giesse Risarcimento Danni evidenzia che il conducente del veicolo fosse «impegnato al telefono tenendo una velocità non adeguata alle condizioni della strada che in quel tratto è priva di illuminazione, tanto che improvvisamente perdeva il controllo dell’autocarro e investiva il giovane Mamadou, nonostante avesse avuto lo spazio ed il tempo necessario per evitare l’impatto».
Sempre Giesse Risarcimento Danni riferisce che «l’automobilista dopo l’impatto ha persino compiuto due inversioni di marcia, riprese dalle telecamere di un distributore, per transitare nuovamente sul luogo dell’incidente, dove a terra erano rimasti il borsello di Mamadou Thiana e lo specchietto retrovisore del furgone andato in frantumi. Nonostante ciò, l’investitore ha proseguito la propria corsa, riportando il fugone sul piazzale della ditta per cui lavorava. L’indomani mattina aveva poi chiamato il proprio responsabile, riferendo che durante la notte degli ignoti malfattori avessero forzato il cancello di ingresso dell’azienda per sottrarre il furgone e utilizzarlo per qualche scopo, riportandolo poi nel piazzale visibilmente danneggiato nella parte anteriore destra».

«Fatti di una gravità enorme», sottolineano Davide Ciferni e Gianni Di Marcoberardino di Giesse, «i familiari chiedono a gran voce che sia fatta giustizia, Mamadou era un gran lavoratore, sempre sorridente e disponibile con tutti, non meritava una fine tanto orribile».

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