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Cronaca

Processo Sanitopoli, la Cassazione conferma la condanna a Ottaviano Del Turco

Tre anni e 11 mesi per l'ex governatore dell'Abruzzo con l'accusa di induzione indebita. Ma il suo avvocato non si arrende: "Tra poche settimane depositeremo l’istanza di revisione di questa sentenza ingiusta"

La Cassazione ha confermato la condanna a 3 anni e 11 mesi di reclusione per Ottaviano Del Turco nel processo Sanitopoli. In primo grado, l'ex presidente della Regione Abruzzo era stato condannato a 9 anni e 6 mesi per associazione a delinquere e altri reati, mentre in Appello la pena era stata ridotta a 4 anni e 2 mesi e, per una precedente decisione della Suprema Corte, era stata esclusa l'associazione.

Poi nell'appello bis, tenutosi lo scorso anno davanti alla Corte d'Appello di Perugia, la pena era stata ricalcolata in 3 anni e 11 mesi. Ora la decisione della Cassazione.

Del Turco, arrestato nel 2008 insieme a molti componenti della sua Giunta, restò in carcere per 28 giorni, accusato dall'imprenditore Vincenzo Angelini di essersi fatto consegnare 850mila euro. Rispetto all'iniziale insieme di accuse, sono state confermate soltanto quelle di induzione indebita per episodi avvenuti tra il 2006 e il 2007. 

L'avvocato Caiazza: "Presto il giudizio di revisione su quel pugno di fango che è rimasto dalla famosa montagna di prove"

All’indomani della conclusione del processo a carico di Ottaviano Del Turco, il suo difensore, avv. Gian Domenico Caiazza, ha dichiarato:

"Dieci anni dopo, di quella “montagna di prove” della quale vaneggiava il Procuratore di Pescara è rimasto un pugno di fango. Assolto dalla associazione per delinquere, dalla miriade di abusi e falsi, da 20 delle 25 dazioni di denaro contestate, Ottaviano Del Turco avrebbe dunque ricevuto illecitamente – dei 6 milioni e mezzo originariamente contestati – 850mila euro, non si sa più come, non si sa più perché. Non essendogli stato trovato indosso un solo euro di quel fantomatico denaro, si è ritenuto sufficiente poter desumere il reato dalle foto sfocate e sospette non della dazione del denaro, ma della presunta visita in casa sua dell’imprenditore Angelini. Un galantuomo innocente non può accontentarsi del crollo rovinoso dell’impianto accusatorio: quel pugno di fango è una infamia, una ingiustizia alla quale non possiamo arrenderci. Abbiamo lavorato duramente in questi ultimi mesi, e tra poche settimane depositeremo l’istanza di revisione di questa sentenza ingiusta, alla luce di fatti documentali e testimoniali incontrovertibili. Un pugno di fango è purtroppo sufficiente a distruggere la vita di una persona per bene, che ha onorato e servito da galantuomo le istituzioni della Repubblica; ma noi spazzeremo via anche quello".

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