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Mercoledì, 21 Febbraio 2024
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La presidente provinciale dell'Ordine dei medici: "La violenza sulle donne è anche un'emergenza di sanità pubblica"

La presidente Maria Assunta Ceccagnoli che è anche coordinatrice del gruppo di lavoro contro la violenza sulle donne della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri porta al centro del dibattito il ruolo dei medici e della sanità nel suo complesso, parte integrante del sistema di contrasto al fenomeno

La violenza di genere non è solo “una dolorosa tragedia umana collettiva”, ma “è diventata anche una vera emergenza sanitaria pubblica dal peso insostenibile in termini di costi economici, diretti e indiretti oltre che sociali”. Parte da qui la riflessione che Maria Assunta Ceccagnoli, presidente Omceo (Ordine dei medici) di Pescara e coordinatrice del gruppo di lavoro Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri) contro la violenza sulle donne.

Una riflessione che arriva proprio nel giorno in cui si celebra la giornata nazionale contro questo genere di violenza, ma che apre su uno spaccato di cui si dibatte poco: quello sanitario perché violenza non vuol dire solo femminicidio, l'apice di un fenomeno terribile, ma vuol dire ricovero, vuol dire cura, vuol dire assenza dal lavoro. Vuol dire tanto altro che pesa su chi già vive la drammatica condizione di vittima.

Una lunga riflessione la sua che è un viaggio tra norme internazionali e nazionali, nelle rinnovate volontà, nelle azioni che si compiono, ma che sembra non essere mai sufficiente fino a quando, questa la conclusione, la rivoluzione non sarà cultura e non sarà di tutti a cominciare da quegli uomini che si schierano contro la violenza verso le donne e che auspica di vedere con reale convinzione presenti nelle piazze dove si leva la voce della protesta.

Il richiamo alle leggi nazionali e internazionali e gli obiettivi da raggiungere in cui tutti, anche i medici, sono chiamati a fare la loro parte

Un richiamo dunque anche al ruolo dei medici in questo scenario a partire da quella convenzione di Istanbul del 2011 che riconosce la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani e che impegna gli Stati e di conseguenza anche tutti i suoi apparati compresa la sanità, ad adottare misure efficaci per prevenirla, per proteggere le vittime e per perseguire i responsabili delle violenze.

Una convenzione che prevede, ricorda Ceccagnoli, la creazione di un osservatorio per monitorare il problema, la formazione specializzata degli operatori, un servizio dedicato nei pronto soccorsi e soprattutto il ripristino e l'implementazione del piano nazionale di azione contro la violenza sulle donne e il contrasto alla pratica della mutilazione genitale femminile. Tema quest'ultimo che a noi sembra lontano, ma che in realtà esiste in altre culture e che sarà anche al centro di uno degli eventi organizzati dall'amministrazione nell'ambito delle iniziative “365 giorni 'no' contro la violenza sulle donne” e nello specifico l'ultimo, quello del 23 ottobre che si terrà all'auditorium Petruzzi e che indaga proprio “Le mutilazioni genitali femminili: origini culturali e aspetti socio-sanitari” organizzato dall'associazione Cesare di Caro in collaborazione con la cooperativa On the road cui parteciperà una ginecologa somala che parlerà di un tema davvero difficile e per un occidentale apparentemente così lontano.

Alla convenzione di Istanbul, ricorda quindi la presidente Omceo, si aggiunge anche la risoluzione Onu del 25 settembre 2015 per l'adozione dell'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile che all'obiettivo 5 pone come obiettivo da raggiungere quello della uguaglianza di genere e l'emancipazione di tutte le donne e le ragazze. Non mancano le norme nazionali previste dai piani strategici di contrasto alla violenza di genere con in vigore quello sulla violenza maschile contro le donne 2021-2023. Solo di due giorni fa, tra l'altro, l'approvazione della nuova legge con cui si inaspriscono le pene e si ampliano gli interventi di prevenzione.

Temi su cui insiste anche Ceccagnoli riferendosi a quanto promosso dal governo ricordando che per contrastare il fenomeno servono azioni su molti fronti: dalla prevenzione appunto alla protezione delle vittime, fino alle pene per chi ne è responsabile, passando per formazione ed educazione degli operatori ma anche di tutti i cittadini, per arrivare all'informazione, la sensibilizzazione, l'azione sugli uomini maltrattanti che a Pescara, è bene ricordarlo, è una realtà concreta grazie al Cam (Centro uomini maltrattanti). E ancora azioni che tutelino le donne migranti e vittime di discriminazioni multiple, l’autonomia lavorativa, quella economica e quella abitativa. Tutte esigenze che si inquadrano anche nell'esigenza di avere sempre più luoghi dedicati alle donne, sottolinea la presidente, e dunque case rifugio e centri di accoglienza per le vittime.

I numeri in Italia della violenza sulle donne 

I dati del 2021-2022 sulla violenza che subiscono le donne, prosegue Ceccagnoli, ci dicono che in Italia i centri antiviolenza sono 373, le case rifugio 431. Numeri in crescita così come quello di chi vi si rivolge. Ben 34mila 4500 le donne che chiedono aiuto a queste realtà con la gran parte di queste, il 61,6 per cento, che ha figli (21mila 252). Sono 15mila 248 i minori coinvolti nella violenza dei padri sulle madri: il 72,2 per cento ha assistito, il 19,7 per cento l'ha anche subita.

Numeri che fanno il paio con quelli territoriali appena presentati dal centro antiviolenza Ananke che ci parlano di un territorio dove il fenomeno c'è e se numericamente non cresce di molto, preoccupa per l'età, sempre più bassa, delle donne che chiedono aiuto. 

“Numeri che devono far riflettere”, riprende quindi Ceccagnoli che fa quindi il punto su cosa fa la Federazione e l'Ordine che rappresenta per dare un contributo concreto al problema della violenza di genere.

Il ruolo dei medici Fnomceo e Omceo nel contrasto della violenza sulle donne

“La Fnomceo si è impegnata e si impegna da anni a contrastare la violenza di genere con la formazione e l’educazione di operatori sanitari e della popolazione, l’informazione e la sensibilizzazione della cittadinanza e ha promosso campagne di sensibilizzazione per i medici e gli odontoiatri, coinvolgendo tutti i 106 ordini provinciali, al fine di prevenire e contrastare la violenza di genere. Le campagne – spiega hanno previsto e prevedono la diffusione di materiale informativo e la formazione dei medici e degli odontoiatri sulle modalità di intervento in caso di violenza di genere”.

All'informazione però si affiancano però anche le soluzioni che vengono proposte dalle commissione istituite. Quelle della Federazione nazionale degli ordini dei medici e degli odontoiatri lo fa cercando di mobilitare il senso civico, promuovendo benessere e salute e cercando di creare un vero e proprio aggregatore di culture, spiega ancora Ceccagnoli. Gli ordini provinciali invece si sono fatti carico di essere loro divulgatori di buone pratiche e casse di risonanza di informazioni da veicolare con convegni, corsi, conferenze, opuscoli, circolari, iniziative e info pubblicate sui proprio siti web.

Il monito della presidente Omceo: "Tutto quello che si fa non è ancora sufficiente, serve una vera rivoluzione culturale che coinvolga anche gli uomini"

Nonostante tutto ciò che si fa e si vuol fare alla domanda se tutto questo sia sufficiente, la presidente provinciale Omceo è netta: “purtroppo no”.

“Ora sotto l’ondata emotiva che fa seguito al femminicidio della giovane Giulia Cecchettin (la 22enne di Vigonovo vittima di femminicidio per cui indagato è l'ex fidanzato Filippo Turetta), si parla di altre norme, si parla di prevenzione nelle scuole con ore di 'educazione civica' ai sentimenti e al rispetto delle diversità di genere. Le forze dell’ordine aggiunge - si impegnano con pool specializzati nel trattamento dei casi di molestie e di violenza”.

Quel che serve però e che si è compreso, prosegue è che “serve l’azione coordinata di ordini professionali (medici, giornalisti, avvocati, psicologi, magistrati e così via) nel trattamento ma anche nella prevenzione dei casi di violenza” anche che “serve il potenziamento della rete dei centri di assistenza delle donne maltrattate. Se si è capito, aggiunge, che fare rete è fondamentale, quanto si fa oggi “non è ancora sufficiente – ribadisce -. Ogni buona norma serve a poco se non è accompagnata poi da ottime pratiche”.

La vera necessità è quella di “avviare da subito una gigantesca rivoluzione culturale, un investimento sul comportamento degli uomini che produca a breve-medio termine qualche risultato.

Questo non può che partire da una forte mobilitazione di tutti ma in particolar modo degli uomini, da una loro netta scelta di campo, da una dimostrazione pubblica del loro impegno a costruire, partendo dalle buone pratiche quotidiane in casa e sul lavoro, un nuovo modello di rapporti tra i sessi. Certo è più facile e comodo dire 'non riesco nemmeno pensare all’idea di uccidere una donna', ma è sul terreno del quotidiano convivere che si misura poi di fatto la propria statura di uomo, e non solo di maschio”.

“Se al silenzio degli indifferenti o peggio alle complicità maschiliste, si passasse alla critica intransigente di ogni atteggiamento di sopraffazione, sarebbe già un primo, utile passo per educare al rispetto. Ci piacerebbe vedere scendere in piazza gli uomini 'di buona volontà' per affermare, insieme alle loro mogli, compagne, amiche, ma anche alle altre donne, che questa battaglia è di tutte e di tutti. Se no la perdiamo – conclude -. Se no è una battaglia che continuiamo a perdere”

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