Venerdì, 12 Luglio 2024
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"Mio padre credeva nella cultura come strumento di libertà", il ricordo di Franco Farias della figlia Alessandra

Queste sono state le prime parole che ho scritto poche oro dopo il grande dolore e senso di vuoto che ci ha travolti. Mio padre era un uomo buono, un uomo colto che amava la vita, la famiglia, il lavoro e tantissimo i giovani in cui ha sempre creduto e sempre sostenuto. Un piccolo ricordo che condivido con tutti voi per dirvi "grazie" per l'immenso affetto di cui ci avete inondati

"Voglio andare a Cappadocia, dalla zia Costanza. Mettetemi sul mulo che sa la strada". È Gabriele d'Annunzio ne “La Fiaccola sotto il moggio”.
È la frase da cui voglio provare a raccontarvi chi era mio padre, cosa ha rappresentato per noi che lo abbiamo amato, cosa ha rappresentato nella mia vita e cosa rappresenta e rappresenterà in ogni respiro che da oggi uscirà da questa bocca.

Ero una bambina quando nella mia casa dove si respirava gioia e cultura lui e Ivanos Ciani, se non il più grande uno dei più grandi studiosi di d'Annunzio, mi insegnarono questa frase nel salotto di casa. Era un gioco loro iniziavano la frase e io, una bambina con i codini e la voglia di stare con i grandi, ripetevo il resto. Era un gioco con cui mi insegnavano e io imparavo. Un gioco che è rimasto fino all'età adulta fino a quando la malattia non ha iniziato a prenderlo un pezzo alla volta. Un gioco che continuava quando io aprivo la porta di casa e i ruoli erano invertiti. Ero io a dire “Voglio andare a Cappadocia”, e tu papà rispondevi “dalla zia Costanza. Mettetemi sul mulo che sa la strada”.

Mio padre era un dispensatore di amore per la cultura perché credeva nella cultura come strumento di libertà. La conoscenza, diceva, è quel che ti permette di avere quello spirito critico che ti consentirà sempre di guardare le cose senza un'ideologia, ma attraverso un'idea. Da mio padre ho imparato l'ironia e anche la durezza. Da mio padre ho imparato l'onestà, la generosità e l'umanità. La mia casa era un porto di mare, una porta aperta a tutti. Con mia madre che a lui per scelta ha dedicato una vita intera, erano pronti ad accogliere chiunque: chi volesse scherzare, chi volesse parlare, chi volesse solo essere ascoltato, chi aveva bisogno di essere aiutato.

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No, non era un uomo perfetto. Era un uomo e per natura imperfetto, ma un brav'uomo uno di quelli che mancherà a chi lo ha conosciuto nella vita e chi anche solo attraverso uno schermo.

La vita gli ha regalato grandi soddisfazioni, ma in cambio gli ha chiesto di pagare un prezzo altissimo. Gli ha chiesto la vista che era lo strumento con cui guardava il mondo, lo comprendeva e lo raccontava. Gli ha chiesto le mani piegando le dita alla malattia perché la musica che amava suonare diventasse ascolto in cui trovare consolazione. Gli ha tolto un po' alla volta, in sostanza, la buona salute, ma non gli ha mai tolto la bontà d'animo e la forza di combattere.

L'ultima battaglia però è quella in cui la vita gli ha chiesto di pagare un prezzo che non gli avrebbe concesso di pretendere: prendersi la sua testa, lasciarlo in un letto a soffrire senza poter più comprendere e raccontare. E allora forse l'ha beffata lui la vita dicendo “no” a una sfida che gli avrebbe portato via ciò che ne era l'essenza.

Mio padre è stato per me un esempio. In ogni cosa che ho fatto più o meno consciamente ho cercato la sua approvazione forse perché un “brava” da lui era raro; pensato magari, ma poche volte espresso. Sono stati “no” i “ragiona” i “che dici” a essere stimoli continui a imparare a guardare il mondo da tanti punti di vista per mettere a fuoco la tua visione.

Grazie a lui ho scoperto l'amore per il cinema, l'amore per la letteratura, l'amore per i grandi personaggi della nostra terra da d'Annunzio a Flaiano, passando per Ignazio Silone, John Fante, Francesco Paolo Michetti, Michele Cascella solo per citare alcuni dei più noti, l'amore per la musica. Insomma l'amore per tutto ciò che era bello. E ancora la banda che hai amato e raccontato come solo tu potevi fare, ma anche il cantautore e il rock perché eri e resterai sempre un gentiluomo in giacca e cravatta dall'animo profondamente rock.

Quel rock che sa di rivoluzione, che sa di libertà. L'hai difesa per gli tutti soprattutto per gli ultimi in questa vita mentre la tua malattia ti costruiva intorno una gabbia in cui intrappolarti nel modo più ingiusto perché il tuo doveva essere solo un intervento al femore. Sei stato un esempio di tante cose soprattutto di cose di cui oggi avremo tutti più bisogno: l'onesta e la gentilezza.

Mio padre era un uomo colto. Mio padre era un uomo gentile. Mio padre era un uomo perbene. Mio padre era un uomo libero e ora è libero anche da quel corpo che ha cercato ancora una volta di ingabbiarlo e quando ha capito che una via d'uscita non c'era, ha deciso di lasciarlo per non permettergli alla fine di prendersi la sua testa e costringerlo in un letto per il tempo che restava senza avere più nulla da comprendere né da raccontare.

Un grazie la mia famiglia lo rivolge a tutti quelli che con un pensiero o un gesto ci hanno inondati di un affetto incredibile mostrandoci come quelle caratteristiche che di lui abbiamo amato, sono le stesse che ha portato nella sua professione e comunque fuori dalle mura di casa. Tutto quello che c'era da dire sull'uomo che è stato nella sua professione è stato detto. Un grazie particolare agli amici di una vita, al mio direttore Loris Zamparelli, la mia collega Sara Del Vecchio e Luca Speranza e i colleghi di ChietiToday per l'affetto che mi hanno dimostrato in questi giorni difficili in cui ogni parola e gesto d'affetto, e sono stati così tanti che sarebbe impossibili ricordarli, ci hanno dimostrato il segno che ha lasciato non solo nei nostri cuori.

Papà per me eri tutto. La stella polare che ha guidato la mia vita e verso cui continuerò a volgere lo sguardo consapevole del dolore che ci sarà ogni volta che, aprendo la porta di casa, non ti vedrò seduto sul divano, ma anche della tua costante presenza. 

Con te se ne va un pezzo di me, di noi. Lo so che ora sei con Ivanos, con Edoardo Tiboni a scambiare battute con Flaiano e dialogare con d'Annunzio. Ora papà vienimi a trovare e raccontami: com'è la Cappadocia?

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