Domenica, 21 Luglio 2024
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I cuccioli di Amarena potrebbero essersi separati, il Parco: "Fa ben sperare sulle loro condizioni e sulle capacità di sopravvivenza"

Gli ultimi aggiornamenti forniti dall'ente riferiscono di avvistamenti in momenti differenti a circa 25 chilometri da San Benedetto dei Marsi: le ricerche proseguono anche per confermare che sia davvero così e l'obiettivo, se necessario, resta quello di catturarli per metterli in sicurezza

Potrebbero essersi separati i cuccioli di Amarena. Lo riferisce il parco che anche oggi, lunedì 4 settembre, ha pubblicato l'aggiornamento sullo stato delle ricerche. La buona notizia è che “abbiamo la consapevolezza che i cuccioli “dovrebbero essere entrambi ancora vivi e che si sono separati”. Si muovono molto spiega l'ente, e sono attivi sul territorio “tanto che sono stati avvistati nei dintorni di due centri abitati situati all'interno del perimetro del parco (a circa 25 chilometri di distanza da San Benedetto dei Marsi), anche se in momenti diversi”.

“Proseguono e proseguiranno senza sosta le attività di ricerca, con l'obiettivo di tentare una cattura, ove necessario, e confermare l'effettiva separazione dei due cuccioli in luoghi diversi, escludendo così la possibilità di un doppio avvistamento dello stesso cucciolo. A margine degli aggiornamenti sulle operazioni di ricerca – prosegue il parco -, è importante sottolineare che la loro mobilità è un elemento che fa ben sperare sulle condizioni di salute dei cuccioli e sulla loro capacità di sopravvivenza”.

“Sono ormai passati quattro giorni e quattro notti dall’accaduto di San Benedetto dei Marsi. Giorni e notti terribili in cui, mentre imperversano senza sosta le attività di ricerca dei cuccioli, abbiamo avuto modo di leggere la grande quantità di articoli, appelli e opinioni che sono circolati sui giornali, sulle televisioni e sui social. Dopo lo sconforto e lo stress dei giorni passati, ci teniamo particolarmente a ringraziare i tanti e le tante che sin da subito hanno fatto sentire la loro vicinanza, e anche quelli che non l’hanno fatto. Come accade spesso in queste situazioni – si legge ancora - si sono presto materializzate le inevitabili polarizzazioni, sul gesto e sulle regioni di chi ha sparato ma anche sulla gestione operata dal parco in merito alle questioni sempre complesse degli orsi confidenti. In queste situazioni di grande attenzione mediatica riteniamo importante sottolineare quanto sia fondamentale affidarsi sempre a fonti ufficiali e, per questo, riteniamo necessario e opportuno fare chiarezza su alcune questioni e aspetti trattati non sempre nella maniera più opportuna in questi giorni”.

Il parco su alcuni miti da sfatare: gli orsi non entrano in paese perché hanno fame

L'occasione è anche quella per fare il punto su alcune “dicerie” che spopolano soprattutto sui social a cominciare dal fatto che no, spiega il parco, gli orsi “non entrano nei paesi perché hanno fame, intendendo per fame, il fatto che non trovano sufficiente cibo in natura e sono così costretti ad avvicinarsi ai paesi. Se così fosse il numero degli orsi a ridosso dei centri abitati sarebbe decisamente maggiore e così non è, come risulta evidente. Le motivazioni sono diverse altre e le abbiamo spiegate spesso e in ogni modo possibile con i nostri post e all’interno dei diversi Rapporto Orso pubblicati ogni anno da otto anni a questa parte” e consultabile sul sito dell'ente.

“Ci possono essere ovviamente fluttuazioni annuali delle risorse alimentari in natura ma mai una totale mancanza di cibo, dal momento che la dieta degli orsi è così varia che essi sanno ben adattarsi a tali fluttuazioni. Per questo 'mettere da mangiare agli orsi' per tenerli lontani dai paesi non può essere la soluzione e non lo diciamo a cuor leggero, in fondo sarebbe la cosa più facile da fare, e anche la più popolare (almeno secondo alcuni), soprattutto in un mondo, come il nostro, in cui contano a volte più le azioni di facciata che le azioni scientifiche ponderate e spesso impopolari. Il nostro no al supplemental feeding si fonda su basi scientifiche ma anche empiriche: il Parco stesso in passato ha sperimentato tale pratica senza ottenere alcun successo. Passando in rassegna le principali evidenze scientifiche, anche questo abbondantemente spiegato più volte, sarà possibile verificare che sono più i contro che i vantaggi di questa pratica”.

“Siamo anche convinti che molti lo hanno capito, ma ovviamente a diversi fa comodo continuare a raccontare la 'storiella' della mancanza di cibo esattamente come l’idea del 'si poteva fare di più', come se il Parco avesse poteri decisionali fuori dai propri confini amministrativi, cosa che non è, operando invece solo come soggetto istituzionale che coopera con le altre istituzioni preposte, a partire dalla Regione Abruzzo”.

Il parco sul cosiddetto "modello Abruzzo"

Il punto viene fatto anche sul cosiddetto “modello Abruzzo” che spopola sui media e che comunqu “non è certamente una parola che è stata mai usata dal Parco nelle sue comunicazioni. Il modello Abruzzo di gestione degli orsi è una creazione mediatica utilizzata per contrapporre il modello Appenninico al modello Trentino. Ci siamo sempre rifiutati di stare all’interno di queste dinamiche e lo abbiamo detto ogni volta che abbiamo potuto perché sono inutili e fuorvianti. Riteniamo invece che piuttosto che di modelli, si dovrebbe parlare maggiormente di contesti in evoluzione e di espansione della popolazione di orsi, quando si parla di territori in cui vivono orsi e uomini, perché la consapevolezza dell’importanza di convivere è prima di tutto un atto culturale che non si può infondere nelle menti con le gocce, come la somministrazione di una medicina, ma ha bisogno di conoscenze scientifiche profonde e di tempo, non di improvvisazione e opinionismo: due malanni dei nostri tempi che avvelenano il confronto”.

“Detto questo è innegabile e incontrovertibile che le comunità locali del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise questo percorso di consapevolezza lo hanno fatto e lo stanno facendo, perché in dieci anni circa di vita di Amarena nessuno le ha mai fatto nulla di male né pensato di farlo, anche dopo le sue tante spericolate scorribande. Quindi in questo contesto che vede 100 anni di natura protetta la parola 'modello' trova una sua forma, il problema, semmai è portarlo anche fuori dai confini del Parco, ancora di più e ancora meglio di quanto non è stato fatto e non stiamo facendo, anche grazie alla preziosa collaborazione di ong e volontari. Poiché troppo spesso al di là del Parco - conclude la lunga nota -, un orso, è solo un problema per i polli e non la garanzia di un ecosistema sano per noi e per le future generazioni”.

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