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Cinque anni fa la tragedia di Rigopiano, i familiari delle vittime: "Aspettiamo ancora giustizia"

Esattamente un lustro fa, il 18 gennaio del 2017, una valanga travolse l'hotel Rigopiano di Farindola provocando la morte di 29 persone

«Dopo 5 anni di lunga e logorante attesa, speriamo che il 2022 sia l'anno che porti la giustizia che meritate, anime innocenti, e che noi familiari chiediamo per voi. Dovrà essere l'anno buono, perché il vaso è veramente colmo e non può più accettare alcuna scusante e nessun allungamento dei tempi».
Così i familiari delle vittime di Rigopiano, a cinque anni esatti dalla tragedia che ha portato via i loro cari, come riferisce l'Adnkronos.

Era il 18 gennaio 2017 quando l'hotel Rigopiano, nel comune di Farindola, fu devastato e sepolto da una valanga che fece 29 morti.

Nel giorno della memoria ci saranno, come sempre la fiaccolata e la messa ma i parenti delle vittime sono delusi e arrabbiati per un processo, con 30 imputati, che è ancora alla fase preliminare. I reati contestati vanno, a vario titolo, dal crollo di costruzioni o altri disastri colposi, all'omicidio e lesioni colpose, all'abuso d'ufficio e al falso ideologico.tragedia hotel rigopiano quinto anniversario-2

E Mariangela Di Giorgio, mamma di una delle vittime, Ilaria Di Biase di Archi dice: «Stiamo peggio ogni giorno, siamo fermi al 18 gennaio 2017». Ilaria aveva solo 22 anni quando la valanga ha distrutto e sepolto l'hotel Rigopiano a Farindola, sul versante pescarese del Parco nazionale del Gran Sasso provocando anche il suo decesso. Una slavina da 1.200 tonnellate che, tagliando la montagna e trascinando via centinaia di alberi, è piombata sulla struttura, sbriciolandola. «Lei era la più giovane del personale», ricorda all'Adnkronos la mamma, «faceva la cuoca. Aveva ricevuto offerte di lavoro anche dall'estero, ma le aveva rifiutate. Per stare vicino a noi, alla famiglia e al suo ragazzo. Era piccola Ilaria...», racconta piangendo, «il suo sogno era fare la pasticcera. Sogni sepolti sotto metri di neve e di ghiaccio, per sempre». Il giorno prima del disastro sarebbe dovuta tornare a casa, con la sua Opel Corsa nuova che stava pagando a rate, ma è stata bloccata dalla neve. «La strada è impraticabile», mi disse la mattina del dramma al telefono, «stiamo aspettando la turbina». Ma la turbina, come tristemente sappiamo tutti, non arrivò mai. «E loro sono rimasti tutti intrappolati in quel posto. Non hanno fatto nulla per metterli in salvo e neppure ci hanno provato. Cinque anni dopo il dolore è lo stesso. Spero sempre», continua la donna, «che sia solo un incubo e che Ilaria , da un momento all'altro, apra la porta per rientrare a casa, sfoderando uno dei suoi meravigliosi sorrisi. Ad ogni festa andiamo tra le macerie, a lasciarle dei fiori. Andiamo al suo compleanno, a Natale, sempre. Per noi, tutto si è fermato, quel giorno infernale. Anche per quanto riguarda la giustizia è tutto fermo. Il processo è alla fase iniziale, lungaggini a non finire; i periti prendono e perdono tempo, forse per arrivare alla prescrizione. Noi abbiamo coinvolto anche l'Anmil, perché Ilaria è anche una vittima del lavoro. Non sappiamo se crederci ancora, in questa giustizia». 

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