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Parruti: "L'ospedale Covid è saturo, altri 13 pazienti con insufficienza respiratoria attendono il ricovero"

Giustino Parruti aggiorna la situazione riguardo al flusso di pazienti che necessitano di cure ospedaliere e relativamente alla situazione del contagio

Sono ancora 13 le persone che attendono di essere ricoverate nell'ospedale Covid di Pescara dove la situazione è ancora di difficoltà.
A spiegare all'agenzia Dire come questi giorni si stiano rivelando complicati è Giustino Parruti, direttore della Uoc (unità operativa complessa) Malattie Infettive.

Parruti affronta anche il tema relativo alla situazione del Coronavirus sul territorio, e in particolare nel capoluogo adriatico.

«L'ospedale è saturo e i contagi di oggi sono più di quelli della seconda metà di marzo dello scorso anno quando è scattato il lockdown. Altre misure restrittive sono dunque necessario», dice Parruti intervistato dall'agenzia Dire.

Professor Parruti, qual è la situazione attuale all'ospedale di Pescara? Ieri erano 26 le persone con insufficienza respiratoria in attesa di ricovero, siete riuscite a riassorbirle o ce ne sono altre?

«Per un po' di ore siamo riusciti a sistemare tutti i pazienti, ma ora si sono accumulate altre 13 persone. Siamo pieni. Abbiamo già riempito anche i 20 posti creati ieri nel Covid Hospital. Stiamo lavorando a varie ipotesi con la direzione generale. Per ora siamo riusciti a organizzarci trasferendo due pazienti all'Aquila, e con qualche altra dimissione siamo riusciti a ottenere qualche posto in più alla clinica Spatocco, ma sono al vaglio diverse ipotesi per trovare approcci più giusti e capire bene di quali risorse possiamo fruire».

Se i venti posti creati sono già esauriti, c'è forse il rischio che alcuni reparti dell'ospedale di Pescara, non parliamo del Covid Hospital ovviamente, possano essere convertiti vanificando lo sforzo di tenerlo "pulito" fino a oggi?

«È chiaro che in ultima ratio, se la situazione dovesse mantenersi così e considerando che i pazienti acuti e gravi vanno tenuti in un sistema piramidale che fa capo a una sicura possibilità di accesso in rianimazione, è difficile pensare a una perifericità di strutture assistenziali. Molto dipende dall'andamento della curva dei contagi. Come detto sono allo studio varie possibilità. L'obiettivo è quello di garantire il mantenimento della sicurezza».

Con dati come questi secondo lei sarebbe il caso di prorogare la chiusura delle scuole decisa dal sindaco di Pescara Carlo Masci e prevista fino al 16 febbraio?

«Quello del sindaco è stato un provvedimento di carattere eccezionale non previsto dai provvedimenti di stampo nazionale. Vediamo come evolve la curva epidemica tra i giovani entro sabato. Se gli effetti della chiusura potranno essere considerati sufficienti essendo un provvedimento di urgenza e circostanzialita', potrebbe essere bastevole».

Il Comitato Tecnico Scientifico regionale ieri ha presentato al presidente della Regione Marco Marsilio un pacchetto di proposte per agire in direzione del contenimento? Servono ulteriori restrizioni?

«È un pacchetto ampio quello proposto. Certo con l'insediarsi del governo Draghi bisogna vedere quali possono essere i nuovi orientamenti in relazione alla questione chiusura. Quello che è sicuro è che i dati di oggi sono più alti di quelli della metà di marzo, quando siamo andati in lockdown. In questo momento abbiamo una libertà di movimento che probabilmente è eccessiva rispetto a quello che sta succedendo».

A Pescara per cercare di contenere la movida si pensa al numero chiuso per l'accesso in centro e nei locali e a degli stewart. Questo sembra lasciar intendere che c'è ancora molta incoscienza riguardo la pericolosità del virus. Perché secondo lei?

«Non so come spiegarlo. Siamo una generazione che conosce il mondo in tempo reale tramite i social. Sappiamo subito cosa sta succedendo intorno, eppure per quanto sia delicata e disastrosa e pesante l'esperienza di avere il Covid è come se non se ne avesse conoscenza. Come se non si riuscisse ad accettare. Forse perché ci si chiede di fare un sacrificio che non siamo capaci di affrontare anche per stanchezza. Io capisco le dinamiche, ma certo è che senza una ulteriore stretta non ce la possiamo fare perché l'avvento della copertura vaccinale chiede almeno un paio di mesi e noi non ci possiamo permettere di aspettare due mesi».

I nuovi contagi sono soprattutto dovuti alle varianti. Addirittura lo sono il 40-50% con riferimento, in particolare, a quella inglese. C'è una sintomatologia diversa, anche nella risposta alle cure?

«Non abbiamo nessuna percezione di una malattia diversa. La variante inglese è però sicuramente più diffusiva. Vuol dire che per 100 persone infette quelle che possono diffondere per via aerea il virus creando un focolaio sono più numerose rispetto al precedente scenario. Questo porta anche alla maggiore pressione sugli ospedali. Mi appello alla responsabilità di tutti perché si seguano i comportamenti giusti per contrastare il diffondersi del Covid».

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