Giovedì, 28 Ottobre 2021
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La pandemia e i ricorsi storici della guerra

Pubblichiamo integralmente la riflessione di una nostra lettrice: "E come finiscono le guerre? Con mucchi di macerie, materiali e immateriali, che ognuno a suo modo porterà dentro di sé, e che dovrà elaborare, metabolizzare, superare"

Mi è bastato ricordare cosa avevo studiato sui libri di storia, oppure visto in certi filmati in bianco e nero in tv, o anche ascoltato dai racconti dei nonni, quando tutto era ormai alle spalle ed assumeva una strana forma di nostalgia, per capire che ogni guerra ha a suo modo un’inesorabile liturgia di cose che accadono, di cose che si dicono, di atmosfere che si ripetono. Una liturgia triste e spietata che poi presenta il conto a posteriori, quello dei vinti e dei vincitori, di ciò che rimane e di ciò che scompare quando si è finalmente fuori dal tunnel e si raccolgono i cocci per ricostruire il tutto, per raccontare la storia. Ed è proprio pensando a tutto questo che mai mi sono apparse così chiare ed evidenti le analogie di ciò che stiamo vivendo con “quella” storia, quella più vicina a noi, quella che il Novecento ci ha consegnato con le guerre raccontate dai nonni e studiate sui libri.

Eventi che in genere partono in sordina sempre da molto lontano, fanno da sfondo a qualche chiacchiera da bar, dividendo da subito i preoccupati dai molto sicuri di sé, quelli del “ma figurati se una cosa del genere potrà mai accadere…”, certi di non dover avere la vita sconvolta da lì a poco. E invece da più di un anno a questa parte tocca a noi. Ci siamo dentro. Da subito tutto è precipitato, tutto è cambiato e tutto è piombato in uno scenario di guerra. È come se un invisibile velo nero avesse avvolto e catturato le vite di tutti e ne impedisse i movimenti, ma anche i pensieri, i desideri, lasciando liberi di esprimersi solo paura e terrore. Ti accorgi che vivere una guerra è roba pesante, ti chiedi dov’è la parte buona di quei racconti dei nonni, di quella vita che pur tra mille difficoltà comunque continuava, fino a far pensare che “la guerra è bella anche se fa male”, come dice una canzone.

Quando ci sei dentro è tutta un’altra storia... Ne vuoi uscire ogni giorno che intravvedi una piccola luce da sotto il velo tetro, cerchi ovunque spiragli di aria nuova, limpida e pura da respirare. Passano giorni, settimane, mesi... E quando intere stagioni si sono ammucchiate alle spalle, speri che il peggio sia passato. Ma non va sempre cosi. I conti non tornano, i propositi non si realizzano, il più ottimista si arrende. E mentre fai la conta dei giorni come i militari durante la naja, scorrono ovunque immagini delle nuove scene di guerra. Le “file” che, come storia insegna, non esprimono mai qualcosa di buono... Le file di “oggi” sono lunghe per tamponarsi, per vaccinarsi, per fare la spesa e per procacciarsi un pasto caldo per chi è andato in malora, file di camion militari, file di persone spente, avvilite, stanche, rassegnate, in attesa di una svolta… oggi come ieri... è la storia che si ripete.

Rumori di guerra e numeri di guerra: sirene assordanti, nefaste ieri come oggi, e la conta quotidiana dei nuovi caduti non in trincea o al fronte, ma in corsia. Parole di guerra che tornano minacciose a popolare i discorsi di tutti, assembramenti, coprifuoco, amici “sediziosi” che vanno dispersi, allontanati, multati, con persuasione o con multe usate come manganelli. Germania e Italia, di nuovo, ancora loro nel nuovo teatro di guerra, è la storia con i suoi ricorsi che ritorna e si ripresenta sotto nuove spoglie. Eccole lì, sotto il bombardamento dei numeri e dei grafici, chi comanda e chi da sempre si accoda, chi dispone e chi esegue, succube di un mancato orgoglio ormai storicamente certificato e che sta lì ancora a scimmiottare, pur nell’errore, chi traina il carro di un’Europa ormai sfasciata e spacciata.

E come finiscono le guerre? Con mucchi di macerie, materiali e immateriali, che ognuno a suo modo porterà dentro di sé, e che dovrà elaborare, metabolizzare, superare. Vincitori e vinti, anche se in fondo nessuno vince mai. Con le guerre si tocca un fondo, e se è come si dice “si tocca il fondo per poi risalire”, allora forse è il tempo di cercare quel gancio da cui iniziare la risalita: da qualche parte, da qualche cosa bisogna ripartire. Bisogna “fare presto”.

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