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Omicidio Thomas Luciani, il disagio giovanile visto dagli occhi di chi lo combatte: la riflessione dello psicologo

La sua esperienza l'ha maturata nelle comunità e nella scuola e proprio attraverso il vissuto pone la sua riflessione chiedendo a tutti di interrogarsi per arginare quell'assenza di valori che troppo spesso mostrano i ragazzi per i quali "conta più una borsa firmata che una vita autentica". L'invito è a chiedersi sempre: "Mi sto comportando come persona?"

La morte del 16enne Christopher Thomas Luciani ha lasciato tutti attoniti e i contributi di chi vuole offrire spunti di riflessione si susseguono. Alla nostra redazione arriva anche quello dello psicologo Mario Siega che la sua esperienza l'ha maturata proprio accanto ai ragazzi lavorando in comunità minorili e nella scuola al fianco dei ragazzi che vivono in condizione di disagio.

Una riflessione con cui vuole andare oltre le “colpe” perché, esordisce “è facile puntare il dito contro i genitori, che sicuramente hanno una parte di responsabilità anche se involontaria”. Riflessioni più ampie dunque a fronte di un fatto che sulle responsabilità individuali seguirà il percorso della giustizia. Pensieri quelli di Siega che partono proprio dalla sua esperienza come lui stesso racconta.

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“Nel mio lavoro incontro spesso ragazzi disinteressati a tutto, incapaci di mantenere l'attenzione per più di dieci minuti, e con pochissimi rapporti sociali al di fuori delle chat online. La loro ricerca di attenzione, spesso patologica, può derivare dalle mancanze genitoriali e dal bisogno di protagonismo alimentato da social media sempre più frenetici e falsi. Purtroppo anche i genitori invece di svolgere il loro ruolo, talvolta alimentano queste speranze basate sul nulla, oppure sono essi stessi alla ricerca di conferme virtuali”, afferma.

“Questi media regalano l’illusione di una vita facile ai più fragili, che si trasformano in mostri a causa della mancanza di valori nella nostra società. Viviamo in un mondo dove - sottolinea il professionista - è più importante avere una borsa firmata, anche se falsa, piuttosto che costruire una vita autentica.

“Questi giovani non comprendono realmente la gravità delle loro azioni e, purtroppo, il sistema carcerario non li aiuterà a capirlo – sostiene ancora Siega -. Anzi, potrebbe peggiorare la situazione. È quindi essenziale fermarci tutti e riflettere: che tu sia genitore, figlio, fratello, sorella, amico”, la domanda da porsi è “mi sto comportando da persona?”.

“Riflettiamo insieme su come possiamo contribuire a creare una società più attenta e responsabile – conclude -, per evitare che tragedie simili si ripetano”.

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