Sabato, 13 Luglio 2024
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Fatti di cronaca e disagio giovanile, la psicologa Iezzi: droghe e iperprotezione, così perdiamo i nostri ragazzi

A dieci giorni dall'omicidio di Christopher Thomas Luciani, il 16enne ucciso nel parco Baden Powell, proviamo ad aprire una riflessione su quali possano essere le responsabilità sociali di un universo, quello dei ragazzi, che fatichiamo a comprendere: ancor meno di fronte a fatti efferati come quello avvenuto in città

Se al male assoluto si crede a quello dare una spiegazione è impossibile: si esaurisce nell'orrore di cui è capace e che ne fa l'antitesi del bene nella sua pienezza. Ma se assoluto non è allora su come il male si generi e su se vi siano delle ragioni per cui trovi terreno tanto fertile da maturare nelle vite di ragazzi giovanissimi, delle domande bisogna porsele e quelle domande dovrebbero porsele tutti perché tutti nel tessuto sociale, abbiamo un ruolo nella loro crescita.

L'omicidio di Christopher Thomas Luciani, il 16enne ucciso nel parco Baden Powell di via Raffaello, ha generato un'enorme emozione accompagnata dalla rabbia verso chi, ad oggi, è considerato presunto assassino: due suoi coetanei che avrebbero agito davanti ad altri quattro amici senza che nessuno abbia cercato di fermarlo quell'orrore con solo uno di loro che solo molte ore dopo, avrebbe mostrato quello scrupolo di coscienza tale da confidarsi con i familiari prima e con gli inquirenti poi.

Se sul fronte giudiziario l'iter è embrionale e tutto dovrà essere ricostruito per arrivare in un aula di tribunale e stabilire una verità giudiziaria per cui chi è colpevole pagherà, con la psicologa e psicoterapeuta per bambini, adolescenti e famiglie nonché docente dell'UdA e membro dell'associazione italiana di psicoterapia dell'infanzia, dell'adolescenza e della famiglia (Aippi) Margherita Iezzi, tentiamo di aprire una riflessione che va oltre il mero fatto di cronaca provando a guardare dentro quella voragine che l'efferato delitto ha aperto dentro ognuno di noi e che sarebbe il caso di tenere aperta per affrontarla, invece di chiuderla velocemente per il timore di scoprire cosa c'è dentro.

Troppo facile l'accesso alle droghe e la sofferenza va conosciuta sin da piccoli anche per comprendere l'altro

Parliamo dunque di disagio giovanile ripartendo da quel fenomeno delle baby gang di cui proprio con Iezzi avevamo avuto modo di parlare con il delitto di Christopher che diventa il simbolo di un apice di violenza cui i ragazzi, giovanissimi, sono capaci di arrivare e che, spiega, entra pienamente in un modello socio-culturale in cui anche altri episodi di cronaca, come quello dell'imprenditore giapponese ucciso a Udine sempre da un gruppo di ragazzi per aver tentato di sedare la rissa che li vedeva protagonisti. D'altra parte basta sfogliare le pagine dei giornali, compreso il nostro, per scoprire che quasi quotidianamente le forze dell'ordine comunicano di giovani fermati perché trovati in possesso di armi, che un accoltellamento a Pescara c'era stato solo una settimana prima in una discoteca della riviera nord e sempre ai danni di un ragazzo (in questo caso di 18 anni), per rendersi conto che un problema c'è e non lo si può negare. 

Lo definiamo “disagio giovanile”, ma ora che il paradigma nella nostra città ci ha costretti a spostarlo davvero il punto di vista e cioè prendere atto che "disagio" non fa rima con "periferia" e situazione familiare difficile mettendoci davanti alla realtà che il "disagio" è anche nei quartieri cosiddetti "perbene", tra le pieghe di famiglie "normali" con la violenza che ci mostra come non conosca quartiere o classe sociale, dobbiamo rivederle tutti le nostre convinzioni. 

Tantissimi dunque gli aspetti su cui andrebbe aperta una riflessione, ma Iezzi l'attenzione la pone su due aspetti e cioè quelli che ritiene centrali per tentare di “capire” cosa porti i ragazzi a distaccarsi, anzi proprio "dissociarsi" così tanto dalla realtà da decidere di girare con armi negli zaini, picchiarsi per motivi futili e persino uccidere per ragioni altrettanto inutili: la droga e l'iperprotezione.

La prima per quella facilità di diffusione e accesso che oggi ha soprattutto tra i giovanissimi con sostanze stupefacenti che non sono più neanche quelle cui siamo abituati, ma a noi adulti spesso sconosciute e che sono capaci di "distruggere la mente", sottolinea Iezzi; e l'iperprotezione che a tutti i livelli sembra attuarsi nei confronti dei ragazzi: una iperprotezione con cui si vuole negarlo il dolore sin dall'infanzia, come se non esistesse, con persino l'incapacità di dire "no" per non farlo dispiacere un figlio.  

“Il problema che mi sembra rilevante è la completa negazione e il distacco dal dolore che questi ragazzi nell'immediato hanno mostrato”, esordisce commentando quel selfie al mare scattato mentre Christopher giaceva morto nel parco Baden Powell. “È come se non ci fosse la percezione del dolore: non solo di quello inferto, ma anche del proprio". D'altra parte – prosegue per centrare lo scenario – assistiamo ogni giorno a immagini di morte, pensiamo solo alle guerre, eppure nessuno si scuote più di tanto. I ragazzi non sono stati invitati a stare nel dolore a pensare alla sofferenza come qualcosa che è parte della vita”.

Non permettere di conoscere la sofferenza vuol dire in sostanza anche non permettere l'incontro con il dolore degli altri che è un altro elemento importantissimo per sviluppare l'emotività e quel bisogno di sostenere e consolare chi in quel momento si sente sconfitto, continua la psicologa. Un segnale, sottolinea Iezzi, è arrivato con la veglia per Thomas dove c'è stata quella condivisione: il momento in cui tutti hanno vissuto lo stesso dolore, ma la domanda che viene da porsi è se è un dolore che “passerà” o al contrario che sarà capace di cambiare modo in cui i ragazzi si rapportano al fallimento e la sconfitta: se insomma la morte di Christopher potrà almeno diventare un punto da cui ripartire per relazionarci noi con loro e per i giovani che il dolore esiste, è vero ed è reale a differenza delle promesse di un successo facile, fatto di tanta ricchezza e zero sacrifici che sembra essere diventato il mantra della società contemporanea.

La psicologa: "O siamo di fronte a un disagio occulto o non abbiamo occhi per vederlo"

Le responsabilità sono di tutti, dice Iezzi, perché “tutti i cosiddetti organizzatori sociali, dalle famiglie alla scuola” passando per tutti i livelli istituzionali compreso quello socio-sanitario, “stanno facendo acqua da tuttte le parti. O siamo di fronte a un disagio occulto – chiosa – o siamo noi che non abbiamo abbastanza occhi per vedere”. Certo è, ribadisce, che “l'iperprotezione che si attua verso i giovani per tenerli lontani dalla sofferenza in ogni sua forma”, dal piccolo al grande fallimento o dal piccolo o grande diniego quasi se sempre la colpa per ciò che non va sia di qualcun altro come un brutto voto a scuola che non viene dal non aver studiato, ma dal professore che ti ha puntato per fare un banale esempio, “sembra portarli a costruirsi un mondo distante dalla realtà. Un mondo che non è quello reale in cui ci si fa giustizia da soli e il contatto con l'altro non c'è. È spaventoso eppure questo disagio sembra crescere nel tempo e sembra che si faccia molta fatica a intercettarlo”.

A Iezzi chiediamo se forse non è il caso di porsi la domanda che sembra nessuno voglia porsi: il modello sociale attuale si è forse dimostrato un modello fallimentare? Di certo, afferma, lo è se guardiamo a questo modello sociale come a quello dove tutto deve essere successo facile, tutto deve essere denaro e tutti dobbiamo essere perfezione.

Giovani dissociati dunque dalla realtà per un modello educativo iperprotettivo e per l'abuso di droghe la cui facilità di diffusione, tanto da trovarci davanti a giovanissimi spacciatori di classi sociali per cui fare soldi con la droga non sarebbe neanche un errato strumento di sopravvivenza, risulta decisamente inaccettabile. Un altro “segnale terribile”, prosegue la psicologa, è nei quattro amici che sembra sappiano quel che sta accadendo, che a quanto pare assistono e che pure non fanno nulla per fermare l'orrore. Sebbene non si possa sapere se vi sia stata la paura di fare la stessa fine, quel che è certo è che il fatto “mostra come a volte funzionino in maniera patologica i gruppi che finiscono per assumere un assetto unico come se si fosse davanti a un'unica mente”.

Il dolore dunque come elemento imprescindibile della crescita esistenziale, qualcosa che va conosciuto e non allontanato dai ragazzi  già solo imparando a “incassare” un "no" sin da bambini. Sì perché, continua Iezzi, “se i bambini non vengono aiutati ad avvicinarsi al dolore, alla frustrazione e anche alle difficoltà della vita di una persona che è diversa da loro, accade che questa persona venga derisa e allontanata perché fuori da quei falsi parametri di successo cui si aspira”. Una vita nient'altro che “edulcorata”, chiosa, ma che prima o poi il dolore te lo mette davanti senza che si abbiano però gli strumenti per comprenderlo, affrontarlo e superarlo. Figuriamoci comprenderlo quando il dolore è di un altra persona.

Se per chi ha ucciso sarà la giustizia a infliggere la pena con il percorso psicologico, anche già solo di reale presa di coscienza sarà molto più lungo ne è certa la psicologa che un crollo prima o poi se lo aspetta, l'altra domanda che tutti ci dobbiamo porre è se si è fatto abbastanza per un ragazzo fragile come Christopher. Una vita passata anche nelle comunità a fronte di “servizi che sono sempre più impoveriti con la conseguenza che i numeri del disagio crescono in maniera esponenziale. Sempre meno operatori per occuparsi dei nostri ragazzi”, aggiunge sottolineando che responsabilità ce ne sono in questo senso dato che, continua, il post pandemia ha mostrato come “gli accessi dei ragazzi per problematiche legate al disagio siano quadruplicati, come in crescita sono episodi violenti, suicidi, tentati suicidi e autolesionismo”. “Le risorse del sistema sanitario devono essere indirizzate diversamente”, prosegue ribadendo quella necessità di crearlo un sostegno psicologico importante nel sistema pubblico dove continua a mancare.

Non chiamatela “noia” quella dei giovani, ammonisce infine Iezzi. Quello cui siamo davanti sempre più spesso è “un vuoto esistenziale, un vuoto valoriale e di legami costruito con gli altri. Anche in questo caso il legame del gruppo era l'aspetto violento e non quello protettivo. E in questo scenario – ribadisce e conclude – c'è una grossa responsabilità anche sul fronte dell'uso delle droghe che girano in maniera indiscriminata, che sono alla portata di tutti e che pian piano sono in grado di sconvolgere le menti, a partire da quelle dei nostri ragazzi”.

Insomma ci sono le responsabilità personali di chi compie un gesto violento e chi ha ucciso Christopher dovrà fare i conti con le proprie, ma ci sono anche responsabilità sociali che vanno oltre il mero fatto di cronaca e che sono in tutti i coltelli nascosti negli zaini, nelle droghe consumate e trovate con una semplicità che lascia sbalorditi e nella volontà consapevole o no, di credere che il dolore sia qualcosa che non esiste e che i ragazzi non debbano sapere neanche cosa sia. Così a morire è l'empatia. 

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