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Martedì, 16 Agosto 2022
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STORIE - La nuova vita del pescarese Ciancabilla a 35 anni dal giallo Alinovi

Il delitto del Dams, avvenuto nel 1983, divise l'opinione pubblica. Una vicenda giudiziaria contornata da un alone di mistero e che si concluse in maniera clamorosa

Un caso risolto con una condanna definitiva in appello, emessa seguendo i canoni del vecchio ordinamento giuridico, quando all'epoca non veniva consentito un'eventuale revisione del processo.
Una sentenza passata in giudicato e che ha inflitto la pena detentiva all'unico imputato sulla base di elementi indiziari e non probatori.

Il delitto del Dams resta avvolto nel mistero. Rispolverare a distanza di oltre 30 anni quei fascicoli d'inchiesta non restituirà mai la vita a Francesca Alinovi e la libertà negata a Francesco Ciancabilla.

Cosa accadde realmente il 12 giugno 1983 in quella abitazione al primo piano di via del Riccio 7 a Bologna, non è mai stato chiarito con assoluta certezza. La ricostruzione fatta dagli inquirenti si basa su determinati aspetti che sono sempre stati oggetto di discussione. Il cadavere della 35enne critica d'arte e docente universitaria in Discipline dell'Arte, della Musica e dello Spettacolo, venne ritrovato riverso a terra nel soggiorno di casa , trafitto da 47 colpi d'arma da taglio. Il medico legale stabilì la causa della morte ad un edema polmonare dovuto all'accumulo di sangue sprigionato dalle ferite poco profonde inferte al collo. Altri tagli erano presenti all'altezza del torace e in varie parti del corpo.

Un omicidio macabro, compiuto da uno psicolabile per motivi incerti e condito da inquietanti dettagli degni di un film thriller. Anzitutto il corpo, coperto da due cuscini con sopra poggiata una saponetta a forma di rosa, e una frase in inglese, scritta sulla finestra del bagno, di dubbia interpretazione. La perizia calligrafica scagionò Francesco Ciancabilla, uno studente pescarese di 25 anni appassionato di pittura, che aveva intrapreso con la sua professoressa di corso una relazione affettiva, quasi morbosa ma ben diversa da una vera storia sentimentale. Durante la causa, il giovane indiziato si è sempre professato innocente dai banchi del tribunale. Un altro alibi preso in esame dalla linea difensiva si intreccia sulla presunta ora dell'accadimento che, cronologicamente, non è mai stata riscontrata con precisione.

C'è poi il giallo legato alle tracce di sangue sull'interruttore della luce che presuppongono uno spegnimento delle lampadine. Se così fosse, il delitto si sarebbe compiuto al crepuscolo, quando Ciancabilla era già sul treno diretto a Pescara. L'udienza in primo grado sentenziò l'assoluzione per insufficienza di prove, ribaltando la richiesta del pubblico ministero che aveva chiesto la pena di 24 anni di carcere. Ma clamorosamente la Corte d'Appello pose fine al dibattimento con la condanna a 15 anni al termine di un estenuante percorso giudiziario. Il colpevole però non era presente in aula, ma venne arrestato in Spagna dieci anni più tardi dopo una lunga latitanza.

Oggi Francesco Ciancabilla, dopo aver trascorso circa nove anni dietro le sbarre, è tornato a dipingere ed è conosciuto negli ambienti dell'arte figurativa con lo pseudonimo "Frisco". Tra le sue ultime opere, esposte anche a Pescara un anno fa, c'è un dipinto dedicato alla sua Francesca.

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