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"Russo assassino", insulti ai bambini nelle scuole, Valloreja: "Bisogna abbassare i toni"

Il presidente dell'associazione Amici della Russia parla di una tensione sociale in crescita e di un conflitto che va fermato sì, ma non con le armi: "La soluzione è la diplomazia e il dialogo è possibile"

 “La comunità russa c'è e sta vivendo attimi di grande pensione e paura. Questo è un atto di inciviltà. C'è un imbarbarimento della civiltà in generale. Io non posso credere che dei cittadini debbano vivere con il pericolo di vedere i figli minacciati”. Eppure succede, racconta il presidente dell'associazione Amici della Russia Lorenzo Valloreja. Se in Ucraina c'è chi muore oggi sotto le armi di Putin, nel resto del mondo e anche in Abruzzo, i cittadini russi tacciono perché hanno paura. Il boicottaggio ai danni di un'intera cultura, dai casi più eclatanti come quello di Dostoevskji all'università Bicocca o l'esclusione degli atleti paralimpici dai Giochi di Pechino, fino a quelli più banali come quello del cocktail Moscov Mule che diventa Kiev Mule, si fa sentire anche nel pescarese, spiega. A lui avevamo chiesto di parlare con un cittadino russo, ma nessuno ha voluto esporsi perché, da quanto questa guerra è iniziata, la loro vita è cambiata. Ce lo conferma lo stesso Valloreja: “ho difficoltà a far dare testimonianza perché hanno paura per la loro incolumità. Fortunatamente non si è mai manifestato fino ad adesso nessun atto violento, ma ricevo messaggi in cui mi raccontano di ragazzini che vanno a scuola e altri ragazzini, perché magari hanno sentito a casa che i russi sono cattivi e assassini, li accusano di esserlo”. E agli adulti non va meglio. Se fino al giorno prima alcuni lavoravano insieme a colleghi ucraini in fabbrica, “oggi vengono dagli stessi apostrofati con male parole o minacciati verbalmente”.

Atteggiamenti comprensibili da parte di chi oggi vive sotto il terrore delle bombe, sottolinea il presidente dell'associazione Amici della Russia, ma in Ucraina, precisa, la guerra è iniziata nel 2014 e quello che vediamo oggi è solo l'apice di un conflitto che nelle repubbliche del Donbass e Lugansk in otto anni di morti, aggiunge, ne ha fatti tra i 16 e i 20 mila. Boicottare la cultura e l'economia russa per Valloreja non è la soluzione e non lo è neanche inviare armi. Quello che serve, torna a ribadire, è la via diplomatica di cui l'Italia, ricorda, è sempre stata grande voce. Tra le testimonianze di questa “vocazione”, afferma, la cosiddetta Feurenacht, la Notte dei fuochi. Era il 1961, per la precisione la notte tra l'11 e il 12 giugno quando il movimento sudtirolese Bas fece esplodere 37 tralicci in Alto Adige. Quella che poteva trasformarsi in una guerra civile, si è trasformata invece, prosegue Valloreja, in una mediazione grazie alla quale l'Italia “è riuscita a gestire la situazione istituendo ad esempio il bilinguismo e garantendo l'autonomia della provincia di Bolzano. La via diplomatica è sempre possibile: il dialogo non deve morire mai”, chiosa,. Insomma, incalza, se Giorgio La Pira, ex sindaco di Firenze, è riuscito a mettere attorno ad un tavolo vietnamiti e americani, egiziani ed israeliani, intorno ad un tavolo si possono far sedere anche Russia e Ucraina.

Per il presidente dell'associazione al problema sociale dell'ostracismo alla cultura russa e non semplicemente a Putin, si aggiunge quello economico che deriva e deriverà dalla presa di posizione italiana nei confronti di tutto ciò che al Paese fa riferimento. “Nella ricostruzione aquilana – ricorda - è stato il Paese che ha speso di più consentendo di ristrutturare palazzo Ardinghelli e la chiesa di San Gregorio; durante la pandemia ci hanno inviato molti aiuti e, piaccia o non piaccia, gli investimenti che hanno fatto in Italia sono notevoli. Sanzionando e dando armi abbiamo creato artificialmente una frattura economica, quando invece dovremmo lavorare per la pace. Noi lo abbiamo fatto sostenendo la croce rossa nella raccolta di fondi per aiutare il popolo ucraino, ma l'obiettivo deve essere quello di giungere ad un accordo e tornare alla situazione pre-guerra”. Valloreja racconta quindi di un progetto “bloccato” dalla guerra: portare grandi aziende russe in Abruzzo per far fronte al fenomeno della delocalizzazione che sta colpendo duramente il territorio. “Se prima che tutte queste vadano via non portiamo altro, sarà il disastro. Per questo lavoravamo per portare i colossi russi che hanno liquidità, sul territorio, ma ora siamo fermi al palo”. Un embargo dunque, non ad un uomo, ma ad un Paese intero e alla sua cultura, i suoi scrittori, la sua arte e la sua musica che tocca anche l'economia e che, secondo il presidente degli Amici della Russia, potrebbe avere ricadute pesantissime sia a livello sociale per quei russi che oggi temono di parlare, sia a livello economico. Di fronte ad un'aggressione come quella cui si sta assistendo, le strazianti immagini di una guerra che, come tutte le guerre, è insensata e che le ricadute peggiori le ha sempre sui civili, “i toni andrebbero abbassati, ma mi pare ci sia una volontà di alzarli tanto da non essere in grado di garantire i diritti basilari dei cittadini – conclude Valloreja parlando anche della paura che vivono sul territorio –. Se si va avanti così possiamo davvero arrivare al peggio”.

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