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Lunedì, 16 Maggio 2022
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Foibe, l'associazione 'Non vogliamo encomi': "Il professor D'Emilio vuole 'infoibare' la storia"

"Strappare il manifesto in memoria dei martiri, è il gesto di una sinistra incapace di riconoscere i propri orrori, ma è tempo di ristabilire la verità della storia"

“L'idea di giustificare le foibe con gli eccidi e le crudeltà dei fascisti mi ha convinto fino al 1959. Era una specie di grande bilanciamento. Ma era una truffa: un eccidio non fa mai il pari con un altro. Negli anni Sessanta ne presi coscienza e nel 66 scrissi un primo libro dove raccontavo quello che sapevo e che, naturalmente, tutti noi sapevamo”.
L'associazione “Non vogliamo encomi” si affida alle parole del partigiano comunista Giovanni Padoan per criticare apertamente e aspramente il gesto del professor Andrea D'Emilio che il 10 febbraio, giornata dedicata al ricordo delle vittime delle foibe, ha strappato il manifesto affisso dall'associazione Audere Semper davanti all'ingresso del liceo scientifico Da Vinci, dove il docente insegna. 

Un gesto compiuto perché, ha affermato in un video postato poi sul suo profilo facebook, era un gesto di propaganda fascista. Motivazione che già da sola, per l'associazione presieduta da Fabrizio Piscione, non ha ragione di esistere. “La motivazione si basa su questo concetto – si legge nella nota di replica -: è propaganda fascista, per ricordare le foibe occorre partire dai crimini fascisti in quelle terre che poi hanno portato al crimine delle foibe, passando anche dai crimini della colonizzazione fascista. Innanzitutto, chi ha detto al professore che si tratta di fascisti? Ad ogni modo, di questa motivazione di comodo e in voga in questo periodo parleremo appresso. Passando all'altra giustificazione, essa potrebbe avere un minimo riconoscimento se gli infoibati e i costretti all'esodo Giuliano Dalmata fossero stati tutti fascisti; questo è documentalmente smentito, giacché molti di essierano antifascisti e, soprattutto, molti gli adolescenti, per non parlare delle donne”.

Ma il vero nodo della questione, incalza l'associazione Non vogliamo encomi, è nella “giustificazione” che si dà a quanto accaduto: “come si può arrivare a giustificare la commissione di crimini d'odio e la pulizia etnica degli italiani, oramai certa, quindi, non la pulizia etnica dei fascisti, con altri fatti e condotte che non hanno ottenuto questo triste riconoscimento? Questo è solo l’atteggiamento di coloro che rifiutano una scomoda verità”, si chiede. “Una sorta di 'mal comune mezzo gaudio', ma di gaudio, dal latino godere, anche se mezza di gioia, non c’è nulla: ci sono solo crimini d’odio e pulizia etnica, che devono essere condannati e ripudiati senza se e senza ma”. Ribadendo le parole del partigiano Padoan, l'associazione sottolinea quindi che “i partigiani rossi sapevano che gli italiani infoibati andarono incontro a questo crudele destino non per la reazione alle violenze del fascismo, ma in attuazione della criminale politica del signor Josip Broz, altrimenti detto maresciallo Tito, tesa a eliminare tutti coloro che potevano rappresentare un ostacolo al suo disegno espansionistico nei territori italiani”. E al riguardo si ricorda la strage di Porzus che, “benché eseguita da partigiani italiani comunisti, rientrava in questa strategia: i partigiani azionisti e cattolici della Brigata Osoppo, con le loro bandiere tricolori, vennero assassinati perché erano dei nemici in quanto rappresentavano un possibile ostacolo ai piani di conquista del dittatore comunista jugoslavo su pezzi d'Italia, non ultima la stessa Trieste. Un disegno che, documenti alla mano, godeva dell'appoggio e del consenso del Pci.  Anche queste sono scomode verità. Ricordarle, divulgarle non vuol dire sdoganare il fascismo, ma ristabilire la realtà della storia. Realtà che il professore preferirebbe infoibare”.

Un dramma cui si unì la beffa, ricorda ancora l'associazione, quando nel 1969 “il signor Broz Josip, il capo dei criminali che si sono macchiati dei crimini contro gli italiani dell’Istria, fu insignito come Cavaliere di Gran Croce, ordine al merito della Repubblica italiana. Il rispetto per gli italiani infoibati esige che questa onorificenza sia immediatamente revocata, dunque, la nostra associazione assumerà l’impegno d’onore di avviare una petizione e raccolta firme per ottenere la revoca di questa ignobile onorificenza al merito della repubblica”. Il gesto del docente è “la classica reazione di comodo, che si porta avanti, senza alcun fondamento, per sbandierare la autoproclamata superiorità culturale, morale e storica della sinistra. È arrivato il tempo che la sinistra sappia e comprenda ciò che è un fatto notorio: essa è brutta, sporca e cattiva come tutti”. Non è però solo questo: “contiene in sé – arriva a denunciare l'associazione - ancora il germe dell’odio etnico che portarono i partigiani titini a commettere i crimini delle foibe: eliminare tutto ciò che può rappresentare una diversità ideologica o di pensiero rispetto alla 'concezione divina della sinistra'. Da qui si passa dipoi, riallacciandosi alla motivazione di comodo di cui supra, per appellare come 'fascista' tutto quello che non è in linea con il comune sentire della sinistra” Dubbi, dunque, vengono espressi sulla sua “idoneità all’insegnamento e al dialogo”.

“Quanto al colonialismo fascista, ci lasci dire il professore, che non ha nulla a che fare con l’Istria. Basti pensare che quelle Terre quantomeno dal 1300 erano parte integrante d’Italia, presidio del confine orientale; furono anche parte integrante della Serenissima”, come si legge, sottolinea il presidente Piscione, al 113esimo verso del IX canto dell'Inferno ('Sì com’a Pola presso del Quarnaro, Che Italia chiude e i suoi termini bagna'). Così, dunque, Dante colloca il confine territoriale italiano all’altezza del golfo di Fiume. La stessa Fiume che nel 1919 inoltrò spontaneamente la richiesta di annessione all’Italia che diede avvio all’impresa fiumana del nostro illustre concittadino – conclude l'associazione parlando di Gabriele d'Annunzio -, il quale coniò i motti che abbiamo l’onore di avere come nome della nostra associazione. Con la vicenda delle foibe, inoltre, appare incomprensibile il paragone che il professore fa tra Mussolini e d’Annunzio; anche qui da intendersi come ostentazione di intimi sentimenti. Per concludere la scuola italiana, gli studenti italiani, meritano indubbiamente insegnati e professori che si prodigano nel 'segnare' la mente del discente, lasciando impresso un metodo di approccio alla obiettiva realtà, che va ben oltre lo studio”.

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