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L'ultimo saluto al giornalista Franco Farias, "il gentiluomo dall'animo rock"

In tanti sono accorsi alla Chiesa di Santa Liberata, martedì 11 giugno, per l'ultimo saluto all'ex caposervizio della Tgr Abruzzo. "Franco Farias vive nel ricordo di ognuno di noi".

Ex colleghi della Rai, altri giornalisti, famigliari, amici, dirigenti, mister e allievi del Francavilla Calcio. Sono tutti lì, nella chiesa di Santa Liberata, per l’ultimo saluto a Franco Farias, «un gentiluomo dall’animo rock», come lo definisce la figlia Alessandra, nostra redattrice.  

Volto noto della Tgr, per anni membro della giuria dei Premi Flaiano, grande appassionato di musica e uomo di straordinaria cultura, Franco Farias se n’è andato domenica, a causa di una malattia che non gli ha lasciato scampo. Il distacco dalla vita pubblica degli ultimi tempi è stato cancellato in un attimo, la mattina di martedì 11 giugno, quando tantissime persone hanno voluto essere con lui, per l’ultima volta. Dopotutto, come ha sottolineato Don Stefano durante l’omelia, «per anni Franco è entrato, con professionalità, nelle case degli abruzzesi». «La presenza qui, così numerosa, è la testimonianza del vostro affetto nei suoi confronti», ha aggiunto. «Ognuno di voi custodisce un ricordo».

In chiesa, tra i tanti, ci sono: il presidente dell’ordine dei giornalisti d’Abruzzo, Stefano Pallotta; la direttrice artistica del teatro Florian, Giulia Basel; Dante Marianacci, presidente della casa della poesia in Abruzzo; il vicesindaco di Loreto Aprutino (paese natale di Franco Farias), Federico Acconciamessa e il comico ‘Nduccio.

Nella bara, in legno chiaro, davanti alla foto di Franco, l’immancabile microfono della Tgr. La cerimonia si è conclusa con i commoventi ricordi del papà da parte di Alessandra e del fratello Edmondo, per tutti Eddy, ex calciatore e ora allenatore. I suoi ragazzi, con indosso la polo gialla del Francavilla Calcio, sono accanto a lui. Ci sono i fiori dai colori giallo-rosso e il cuscino da parte dei "pulcini", ma non solo. Davanti alla gradinata centrale della chiesa, poco prima della Santa Messa, il mister li ha abbracciati, uno per uno. Ed è qui, in questo semplice ma prezioso gesto, che ben si nota l’umanità, ereditata dal padre. «La nostra apparente diversità nelle scelte di vita (tu uomo di cultura e io di sport )», ha detto Eddy, «nasce da una radice comune: l'immensa passione verso quello che amiamo, che si trasforma in immenso amore verso chi amiamo». 

Alessandra ricorda la grandezza e l’umiltà del padre, «il brutto carattere degli ultimi tempi e le sue passioni». «Papà, mi hai insegnato la libertà vera, mi hai insegnato a credere nelle persone, mi hai insegnato ad avere idee e non ideologie». Poi un messaggio forte alle istituzioni e alla sanità: «fermiamoci tutti a guardare quel tempo indefinito, di cui avrebbe parlato mio padre. Davanti a un paziente, che sia fragile o meno, non ci si può voltare dall’altra parte. Conserviamo almeno un briciolo di umanità».

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