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"Bastano solo 20 secondi per un attentato con i droni", la tesi di laurea del pescarese Simeone

Simeone, 41 anni laureato in Ingegneria delle Telecomunicazioni, è stato nel 2012 uno primi piloti di droni con brevetto in Italia

"Procotolli di difesa militare e analisi attacchi terroristici con droni". Questo il titolo della tesi di laurea, alquanto inquientante, discussa dal fotogiornalista pescarese Valerio Simeone (oggi si occupa di comunicazione e marketing).
Simeone, 41 anni laureato in Ingegneria delle Telecomunicazioni all'università Politecnica delle Marche di Fermo è stato nel 2012 uno primi piloti di droni con brevetto in Italia.

L'aspetto più inquientante e probabilmente finora sottovalutato che emerge leggendo la tesi di Simeone è che bastano solo 20 secondi per efffettuare un attentato terroristico con i droni. 

L’elaborato è stato effettuato in chiave giornalistica con un approccio tecnico e multidisciplinare, analizzando il rischio di un attentato terroristico realizzato con un drone e valutando le sue possibili conseguenze sulla popolazione e sulla sicurezza di capi di stato. In soli venti secondi è possibile far apparire dal nulla un drone e farlo esplodere. La minaccia è molto concreta: basta pensare al blocco dell’aeroporto Gatwick di Londra che ha causato oltre 20 milioni di euro di danni e lasciato a terra 140 mila passeggeri, oppure all’attacco esplosivo subìto dal presidente venezuelano Nicolas Maduro nel 2018, o dalla cancelliera Angela Merkel nel 2013 quando un drone arrivò a un paio di metri da lei, pilotato da alcuni manifestanti.

Un mercato di vendite che vede cifre da capogiro: 14 miliardi di dollari spesi nel 2018 nel mondo per l’acquisto di aeromobili di questo tipo, con una stima di crescita fino a 43 miliardi di dollari nel 2024, e la leadership guidata dall’azienda cinese Dji. 

Questo quanto spiega Simeone rispondendo ad alcuni quesiti:

«Cosa è necessario fare per realizzare un attentato terroristico? Quali necessità può avere un attentatore? Come deve essere costruito un ordigno esplosivo? Qual è realmente la minaccia potenziale oggi? Come si può intervenire per la difesa e quali sono i paletti imposti dalla giurisprudenza e dai limiti tecnologici attuali? Sono state queste le domande da cui siamo partiti valutando una rassegna stampa redatta da esperti sulla sicurezza. Abbiamo rilevato la presenza di scuole sotto il controllo dell’Isis nei paesi islamici, dove si insegna come modificare i droni per realizzare pericolosi attentati che potrebbero essere impiegati dai “foreign fighters” sparsi in Europa. 
Con l’ausilio di una intervista a un artificiere si è stabilito come potrebbe essere costruito un ordigno di tipo Ied (Improvised Explosive Device), e quali peculiarità debbano essere considerate per un trasporto in volo e una detonazione controllata a distanza, sia per un attacco esplosivo, sia chimico. Tali conoscenze hanno permesso, partendo dai droni commercialmente più venduti, di capire quali possano essere le tecnologie e le peculiarità di volo che meglio siano utili ad un potenziale attentatore. Da questa griglia si è effettuato un elenco dei più pericolosi, e quindi uno studio delle singole tecnologie e protocolli radio utilizzati. Conoscendole nel dettaglio, infatti, è possibile valutare il miglior sistema di difesa possibile, anche alla luce della prossima implementazione del 5G, che potrebbe rivoluzionare un po’ tutto. Il progetto è stato realizzato con una tecnica multistadio: in base al tipo di minaccia in arrivo vengono effettuate delle azioni che possono disabilitare i velivoli e creare una zona di sicurezza. Molte di queste tecnologie sono per utilizzo militare e non possono essere utilizzate in ambito civile poiché vietate dal codice penale. E per capirne meglio i limiti di utilizzo è stato intervistato Andrea Monti, un legale specializzato in diritto dell’ordine e della sicurezza pubblica. Con un sistema dove il controllo dell'uomo svolge ancora ruolo essenziale, è possibile ridurre al minimo falsi allarmi o gestire, su più livelli, la disattivazione dei sistemi di controllo remoto con tecniche man mano più invasive».

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