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L'oblio oncologico è legge, il direttore dell'unità operativa ed ex presidente Aiom Beretta: "Una prova di civiltà"

Alla guida della Uoc del presidio ospedaliero di Pescara ha guidato fino al 12 novembre l'Associazione italiana di oncologia medica e per due anni si è battuto perché si arrivasse a questo risultato

Il 5 dicembre il senato ha votato per il “sì” alla legge sul diritto all'oblio oncologico e piena soddisfazione la esprime il dottor Giordano Beretta, diretto dell'Unità operativa ccomplesa (Uoc) di Oncologia dell'ospedale di Pescara fino al 1 novembre presidente della fonazione Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) si è battuto per due anni insieme alle associazioni dei pazienti perché si arrivasse a questo risultato.

Un voto unanime quello del senato: ora manca solo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale e l'Italia sarà il settimo Paese europeo in cui gli ex pazienti oncologici, cioè coloro che il cancro lo hanno sconfitto, non rischieranno più alcuna discriminazione. Fino ad oggi infatti, ricorda la Asl di Pescara, i pazienti che avevano avuto una pregressa diagnosi di cancro erano tenuti, per legge, a dichiaralo in sede di stipula di contratti di assicurazione, al momento della richiesta di mutui e finanziamenti a cui sia collegata una pratica assicurativa, come spesso avviene.

La presenza di un precedente oncologico comportava, di fatto, il pagamento di un premio maggiorato, o di un interesse più elevato, e, in alcuni casi, poteva comportare l’impossibilità di stipulare il contratto. Alcune difficoltà si potevano avere anche in ambito lavorativo, qualora fosse richiesto, nelle procedure concorsuali, un requisito psico-fisico o lo stato di salute del candidato.

Un ulteriore aspetto riguardava le procedure di adozione, di per sé non impossibili neppure per un soggetto ancora malato, nell’ambito di una valutazione complessiva della persona, ma che, spesso, si scontravano con i preconcetti legati alla diagnosi di cancro.

Grazie a questa legge i pazienti con pregressa diagnosi di cancro non dovranno più dichiararla, né nessun accertamento potrà essere fatto in tal senso, qualora siano trascorsi 10 anni dal termine del trattamento, in assenza di recidive in tale periodo, per i pazienti che abbiano avuto una diagnosi dopo il compimento del 21esimo anno o 5 anni per coloro i quali l’avessero avuta prima di compiere 21 anni.

Il tempo dei dieci anni, commenta Beretta, può sembrare eccessivamente lungo, e di certo per alcune neoplasie lo è, ma rappresenta, al momento, il miglior compromesso possibile tra patologie che potrebbero ricadere a lunga distanza di tempo, anche vent'anni, e patologie che potrebbero essere dichiarate guarite molto prima.

“Il concetto di guarigione in oncologia si basa infatti non sulla certezza di non morire per la precedente patologia, bensì sul fatto di avere la stessa spettanza di vita e la stessa probabilità di morire per un tumore di chi non ha mai avuto una precedente diagnosi oncologica. È quindi chiaro che per raggiungere questo punto di equilibrio è necessario del tempo che, come sopra riportato, può anche essere, per alcune neoplasie molto più lungo”, continua il medico che tanto si è battuto per il riconoscimento di quello che è un diritto.

“Grazie a questa legge dieci anni saranno sufficienti anche per i soggetti affetti da queste ultime tipologie di malattia mentre si dovrà arrivare a definire decreti attuativi che consentano di ridurre i tempi della guarigione in quelle forme in cui il punto di equilibrio venga raggiunto molto prima, per alcuni tumori anche solo un anno dal termine dei trattamenti. La disponibilità di questa legge rappresenta quindi le fondamenta di una struttura che dovrà essere completata con i decreti attuativi ma anche con la definizione di diritti per i pazienti in cui la cronicizzazione della malattia consenta, pur in assenza di guarigione, sopravvivenze anche di diversi anni, in alcuni casi di decine di anni”, prosegue.

Una legge che è anche un cambio di paradigma: se infatti ad oggi il paradigma è stato cancro uguale morte grazie a questa legge si definisce che dal cancro si può guarire. Molte persone dal cancro, se diagnosticato per tempo, se curato con i trattamenti che hanno dimostrato di funzionare, evitando magiche pozioni di dubbio significato, se si ha una certa dose di fortuna, si può guarire.

“Quest’ultimo aspetto può quindi avere un ruolo nel rimuovere lo stigma del cancro e nel convincere le persone ad aderire agli screening che hanno dimostrato di poter aumentare la probabilità di guarigione con quindi anche un ruolo di sanità pubblica. In sostanza l’approvazione di questa legge ha un duplice risultato: eliminare le discriminazioni e migliorare la sanità pubblica”.

Per Beretta “è stata approvata una legge di civiltà, una legge etica, che rappresenta però il primo passo di un lungo percorso ancora da fare ed io sono orgoglioso di avervi preso parte insieme a Società Scientifiche, Fondazioni e Associazioni pazienti che si sono spese per ottenere questo risultato. E non ultimo alla politica che, per una volta, si è mossa compatta a favore delle persone acquisendo, di diritto, lo stato di politica con la 'P' maiuscola. Siamo solo all’inizio di un percorso – conclude - e continueremo a lavorare per migliorare la condizione ed i diritti dei pazienti e degli pazienti”.

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