Gabriele Benedetto, oggi amministratore delegato Telepass, ricorda i suoi anni pescaresi

Dalle partite di calcetto a Sant’Andrea al calzone della pizzeria di fronte al Liceo Classico: “A Pescara è mancata l’imprenditorialità per candidarsi a essere il faro dell’Adriatico”

Classe 1982, le scuole frequentate a Pescara, una breve ma intensa carriera da arbitro di calcio, una laurea conseguita all'università Bocconi di Milano e tanta esperienza del settore della consulenza finanziaria. 
Così si può riassumere in breve il curriculum di Gabriele Benedetto, 36enne pescarese divenuto il numero 1 di Telepass, la società del Gruppo Atlantia leader nel telepedaggio con 10 milioni di titoli di pagamento attivi in Italia ed Europa, gestendo 1 miliardo di transazioni. 

Inizia la sua attività in Telepass Spa nel maggio del 2016 con lo scopo di trasformare Telepass nel sistema di pagamento della mobilità. Benedetto ha costruito la sua carriera nel mondo della consulenza direzionale lavorando in Value Partners per 10 anni arrivando a essere il responsabile dell'ufficio di Milano. Nella sua esperienza di consulente ha consolidato le proprie conoscenza nei Financial Services lavorando in Europa e in Asia. Precedentemente ha lavorato in Capgemini e Sony Europe.

Cosa ricorda dei suoi anni trascorsi a Pescara?

«Gli anni delle partite di calcetto nel campo dietro la chiesa di Sant’Andrea, il cinema Circus quando ancora netflix non ci aveva invaso e senza dubbio i 3 mesi l’anno passati sulla spiaggia giocando a biliardino, tresette e beach volley!».

Torna spesso in città?

«Da quando è arrivato mio figlio Gregorio praticamente mai, il lavoro mi porta in giro tutta la settimana ed il week end lo passo a Milano. Mi riprometto di fargli conoscere quel mare il prima possibile. Tuttavia, vedo spesso amici di Pescara tra Roma e Milano e forse non ci crederete, ma ho incontrato pescaresi anche a New York e Shanghai».

Cosa le piace di Pescara e cosa non?

«Mi piace la vita che scorre a velocità normale, in cui tutto è “walking distance” e le persone che si incontrano sempre negli stessi posti senza dover creare chat ad hoc su whatsapp. Cosa invece non ho mai apprezzato è la pigrizia dei miei conterranei ad aprirsi alle esperienze extra-abruzzesi».

Tanti anni fa a Pescara è stato arbitro di calcio. Come ricorda quei tempi?

«Una fantastica esperienza che ha segnato la mia vita. Prendere decisioni in pochi secondi, senza farsi influenzare dal contesto esterno è stata una palestra impagabile per ciò che mi attendeva dopo. È stato il modo per conoscere tutti gli angoli dell’Abruzzo ed in seguito tanti posti in Italia che oggi non avrei mai avuto il tempo di vedere. Spesso mi trovo a dire che quando fu tolta la leva obbligatoria, sarebbe stato importante rendere obbligatoria l’esperienza di arbitrare una partita di giovanissimi o allievi… preferibilmente in provincia di Pescara!».

Ora che vive da diverso tempo fuori, come vede la città dall'esterno?

«Una provincia che non è riuscita a fare il salto economico che le spettava, viste le incredibili risorse che le appartenevano e che in larga parte le appartengono ancora. Le è mancata l’imprenditorialità per candidarsi ad essere il faro dell’Adriatico».

Cosa le manca?

«Le estati passate ad Istria prima e all’Ammiraglia dopo senza dimenticare gli allenamenti fatti tra la pista di atletica dell’Adriatico e la pineta. Ma ciò che sogno ancora è il calzone della pizzeria di fronte al Liceo Classico. Esiste ancora?».

Ci dica tre elementi che rappresentano per lei la città di Pescara.

La torre dell’orologio: era la prima cosa che vedevi di Pescara dall’asse attrezzato o dal mare. Significava tornare a casa Il Pescara calcio: è il fenomeno che più di tutti ha unito la città e i ragazzi negli anni. Gli arrosticini: ancora oggi mi infastidisce vederli proposti su menu di ristoranti che non sono della nostra provincia».

Lei riveste adesso un ruolo di prestigio all'interno di una delle aziende più importanti d'Italia. Ci racconta brevemente com'è arrivato a questo traguardo?

«Sliding doors: gliela racconto così. Laureato alla Bocconi in tempo record, ho avuto difficoltà solo con l’esame di intermediari finanziari. Dopo la laurea ho iniziato la carriera nella consulenza direzionale e contro ogni aspettativa sono stato assegnato al settore Financial Services. Pensavo fosse un errore, invece ci ho passato 12 anni! In questi anni ho incrociato il gruppo Atlantia e ho visto un enorme potenziale in una delle sue controllate. Beh, alla fine mi hanno dato le chiavi per realizzare quello che avevo progettato su un foglio di carta».

Cosa significa per lei essere leader? 

«Essere riconosciuti dai membri del proprio team per leadership intellettuale, farli innamorare del progetto che seguono e trasmettere loro passione e dedizione incondizionata per il lavoro che fanno». 

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